domenica 20 febbraio 2022

La Cina avverte la Russia: "Nessuno è al di sopra del diritto internazionale" + Crisi Ucraina, Zelensky: difenderemo Paese con o senza partner. G7: da Mosca sfida a mondo

https://www.agi.it/estero/news/2022-02-19/ucraina-cina-mosca-non-violi-legge-internazionale-15695051/amp AGI - La Cina non vuole la guerra in Ucraina e in nome di “una soluzione pacifica che garantisca sicurezza e stabilità in Europa” chiede agli alleati occidentali di fare qualche passo verso la Russia sulla controversia intorno all’allargamento della Nato. Mentre a Mosca ricorda: “Nessuno è al di sopra del diritto internazionale”. Per certi aspetti, quello del ministro degli Esteri cinese Wang Yi è stato l’intervento più sorprendente alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sul cui palco centrale al Bayerischer Hof oggi si sono alternati il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, la vice presidente americana Kamala Harris, il premier britannico Boris Johnson e il capo di Stato ucraino, Volodymyr Zelensky. “L’Ucraina deve essere un ponte che unisce Est e Ovest e non una linea di fronte per una competizione tra diverse potenze”, scandisce Wang Yi – in videocollegamento – e “nessun Paese, neanche una superpotenza, è al di sopra del diritto internazionale, né può sostituire le regole internazionali con le proprie”. Parole sorprendentemente chiare, da parte del capo della diplomazia di Xi Jinping, cui preme sottolineare che Pechino intende giocare “un ruolo costruttivo per la pace”. I messaggi sono rivolti a tutte le parti in causa: da una parte, scandisce Wang, “anche le preoccupazioni della Russia devono essere rispettate”, e sarebbe necessario un “adattamento” della Nato. “Se ci sarà un allargamento dell’Alleanza atlantica ci sarà davvero garanzia della pace? È una domanda che i nostri amici in Europa si devono porre seriamente”, si chiede il ministro di Xi, facendo capire quale potrebbe essere il punto d’incontro del negoziato. Dall’altra parte – questa volta il destinatario è Mosca - “il principio dell’inviolabilità dei confini vale per tutti i gli Stati che aderiscono alle Nazioni Unite, l’Ucraina non rappresenta un’eccezione”. In un certo senso, Wang Yi ha proposto una sorta di road map: “Sia la Russia che gli europei e gli Usa si sono detti d’accordo che gli accordi di Minsk debbano essere la base per una soluzione: su questo bisogna ora concentrarsi”. In altre parole: “Perché le parti non possono sedersi ad un tavolo, condurre colloqui dettagliati ed elaborare un piano per mettere in atto le intese di Minsk?”, scandisce Wang. “Questo è quello che si dovrebbe fare, invece di aumentare le tensioni e provocare il panico. Ora tutti i Paesi dovrebbero assumersi responsabilità ed impegnarsi per una soluzione pacifica”. Wang Yi, sia pure tra i sorrisi, non pare fare sconti al Cremlino: “La sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di ciascun Paese devono essere protette e rispettate. Si tratta di una delle normi fondanti dei rapporti internazionali”. D’altronde, “si è tornati ad una mentalità da Guerra fredda”, ma è sbagliato riportare indietro le lancette della storia. La chiave per superare i conflitti è il multilateralismo: “Per trasformare il mondo in un posto migliore, i Paesi devono lavorare insieme, in un clima fondata sulla cooperazione, non sulla competizione”, così ancora il ministro di Pechino, secondo il quale “bisogna lavorare mano nella mano”, mentre “la sicurezza di un Paese non deve avvenire a costo di un alto, così come non è accettabile che qualcuno formi dei blocchi militari”. La questione, Wang Yi non se lo nasconde, ha anche il colore dei conti: dopo la pandemia “l’economia mondiale si sta riprendendo lentamente, e per avviarci verso un progresso sostenibile ci appelliamo a tutti i Paesi ad agire insieme”. Aperture e avvertimenti dal palco di Monaco. Qui è il premier britannico Boris Johnson a chiedere alla Russia di “abbassare i toni prima che sia troppo tardi”. Mosca “non avrebbe assolutamente nulla da guadagnare da questa impresa catastrofica e avrebbe tutto da perdere, e se invaderà l’Ucraina sarò la distruzione di uno Stato democratico”, insiste BoJo. “Ecco perché dobbiamo stare saldamente insieme”. Ma in caso di attacco, “le sanzioni devono essere il più dure possibile”. L’altro punto cruciale toccato dal premier britannico è proprio quello della Nato, che “non può rinunciare alla politica della porta aperta”, motivo per cui ha aperto le sue porte “a quattordici Stati dopo il 1999”. D’altronde, è lo stesso Scholz a cercare di gettare acqua sul fuoco in tema Nato: Mosca, dice il cancelliere parlando al Bayrischer Hof, ha trasformato la questione di una possibile adesione dell’Ucraina alla Nato in un “casus belli”. Ebbene, “questo è un paradosso: non è in agenda nessuna decisione” sull’adesione o meno dell’Ucraina all’Alleanza atlantica, scandisce Scholz, pur insistendo che “non è negoziabile il diritto degli Stati a scegliere la loro alleanza”. In effetti il vero messaggio che Monaco invia al signore del Cremlino non riguarda tanto l’adesione o meno di Kiev alla Nato – che parrebbe tutto sommato una questione affrontabile (ancora oggi il cancelliere ha ribadito che la Germania contribuirà in prima fila a sostenere “la stabilità finanziaria” dell’Ucraina), quanto la compattezza dell’Alleanza atlantica in questa crisi. “Se Mosca vuole meno Nato ai suoi confini ne avrà di più. Se la Russia vuole spaccare la Nato, avrà una Nato ancora più unita”: difficile fraintendere le parole del segretario generale Jens Stoltenberg, qui a Monaco. “Le guerre possono essere preservate solo se i confini non vengono più spostati. Questo è il principio che deve essere garantito in Europa, niente giustifica i movimenti di truppe in Russia”, gli fa eco Scholz. “Siamo pronti a negoziare: ma distinguiamo dalle richieste inaccettabili da quelle accettabili”, ribadisce, spiegando che “abbiamo bisogno della maggior diplomazia possibile, ma non bisogna essere ingenui”. Ossia: Vladimir Putin ricordi che “ogni ulteriore violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina avrò prezzi molto alti per la Russia, economici, politici e geostrategici”. Il Cremlino sbaglierebbe a illudersi, è il mantra di Monaco: “L’Ue e la comunità transatlantica sono pienamente allineate”, ha detto di prima mattina la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: “Abbiamo risposto con una sola voce e un solo messaggio”.

lunedì 7 febbraio 2022

Sanremo: l’ironia dei paladini del politicamente corretto è più “tossica” di quella che dicono di combattere

Sanremo, il cortocircuito finale: avete mai notato quanto sia offensiva l'ironia dei social ambasciatori del politically correct? Una pioggia di appellativi come "drogati", "narcisisti", "maschi alfa tossici" sulle teste di chi ha l'ardire di presentarsi all'Ariston senza make up. Ma una delle principali battaglie di questi coraggiosi attivisti non si combatteva proprio verso il rispetto dell'altro e per l'abolizione di stupide etichette basate su aspetti meramente esteriori e superficiali? In teoria, sì. In pratica, l'impressione è che stiano solo creando nuove categorie (migliori?) Sanremo come LOL: chi ride è fuori. Prendendo sardonicamente atto che le canzoni di questa edizione, anno del Signore 2022, non siano pervenute (su 25 brani in gara, se va bene ricorderemo giusto lo jodel di Mahmood), non ci resta che prestar fede alla tradizionale sbertucciata di massa di conduttori, (super) ospiti e artisti in gara. Dopo due anni di pandemia, uno direbbe, ce lo meriteremmo pure questo hobby ricreativo e nazionalpopolare. Invece. Invece, come chi nella vita ha scelto lo sciagurato mestiere dell’autore comico oramai ben sa, anche noi oggi saggiamo con mano il niet imposto dai trend sui social, dai disclaimer sui trigger di sensibilità, dal fatto che se uno porta gli occhiali, non è bello che tu glielo dica. Non sai come li vive, il trauma che (non) potrebbe celarsi dietro a quelle lenti bifocali. Questo si applica anche, naturalmente, a tematiche di maggiore impatto social(e) come l’orientamento sessuale, non sia mai il bodyshaming o la spossante prassi di stuprar parole con asterischi (su Instagram, c’è perfino chi ne piazza uno in “ob*sità” - provate a leggerlo così, ad alta voce, fidatevi - perché, nel multiverso in cui ci tocca vivere, fosse mai una condizione clinica, no no, magari qualcuno s’offende). Di base, ci accolliamo tutto, sperando che passi presto. Come un temporale estivo (o le cinque serate di Sanremo una volta l’anno e via la paura). Eppure, dell’ironia si deve pur fare. Soprattutto su un carrozzone come la kermesse festivaliera. E allora come porsi? Vediamo nel dettaglio il sublime e strategico sarcasmo dei paladini del politically correct, quelli che rinuncerebbero perfino a qualche manciata di K (follower, beninteso) pur di non (rischiare di) offendere qualcuno. Andiamo a scoprire come procede il loro #laughwashing. Perché preparatevi: qui ridiamo noi. Ecco, sono lontani i tempi delle meravigliose vignette satiriche di Spinoza (che resistono, per fortuna), quelle in cui a ogni cantante in gara a Sanremo veniva assegnata un’immagine (più descrizione). Solo pochi anni fa, ai tre piccoli tenorin de Il Volo (poi vincitori di quell’edizione) fu assegnata la cartina politica di Ustica. Ma non si scherza su queste cose, ci sono morte delle persone, e se fosse capitato a tua cugina di terzo grado da parte di trisavola, eh, rideresti? Ci si stringe il cuore ad ammettere che sì, quell’associazione era diabolicamente perfetta. Oggi, invece, è tutto bello, top, super fliud, pure le stecche, pare, “normalizzano” (parola orrenda!) il brutto canto all’italiana facendoci sentire meno stronzi quando stoniamo Single Ladies sotto la doccia. Grazie, artisti dalle corde vocali tremule. Pensiero ben gentile, non dovevate. Nemmeno da parte dei nostri timpani. Ma non si può dire ché mica si può offendere così “qualcuno che non conosci”, asserendo qualcosa di orribile: il vero. E allora come uscire da questo impasse? https://static2.mediasetplay.mediaset.it/Mediaset_Italia_Production_-_Main/F311546301005C20/media/10/10/763afb08-657e-4d3a-a5cd-cbad699fdeb0/6af549fa-b1cd-48ce-84d3-be8a04bb5d9b.jpg CULTURE Sanremo: l’ironia dei paladini del politicamente corretto è più “tossica” di quella che dicono di combattere 5 febbraio 2022 Sanremo, il cortocircuito finale: avete mai notato quanto sia offensiva l'ironia dei social ambasciatori del politically correct? Una pioggia di appellativi come "drogati", "narcisisti", "maschi alfa tossici" sulle teste di chi ha l'ardire di presentarsi all'Ariston senza make up. Ma una delle principali battaglie di questi coraggiosi attivisti non si combatteva proprio verso il rispetto dell'altro e per l'abolizione di stupide etichette basate su aspetti meramente esteriori e superficiali? In teoria, sì. In pratica, l'impressione è che stiano solo creando nuove categorie (migliori?) di Grazia SambrunaGrazia Sambruna S anremo come LOL: chi ride è fuori. Prendendo sardonicamente atto che le canzoni di questa edizione, anno del Signore 2022, non siano pervenute (su 25 brani in gara, se va bene ricorderemo giusto lo jodel di Mahmood), non ci resta che prestar fede alla tradizionale sbertucciata di massa di conduttori, (super) ospiti e artisti in gara. Dopo due anni di pandemia, uno direbbe, ce lo meriteremmo pure questo hobby ricreativo e nazionalpopolare. Invece. Invece, come chi nella vita ha scelto lo sciagurato mestiere dell’autore comico oramai ben sa, anche noi oggi saggiamo con mano il niet imposto dai trend sui social, dai disclaimer sui trigger di sensibilità, dal fatto che se uno porta gli occhiali, non è bello che tu glielo dica. Non sai come li vive, il trauma che (non) potrebbe celarsi dietro a quelle lenti bifocali. Questo si applica anche, naturalmente, a tematiche di maggiore impatto social(e) come l’orientamento sessuale, non sia mai il bodyshaming o la spossante prassi di stuprar parole con asterischi (su Instagram, c’è perfino chi ne piazza uno in “ob*sità” - provate a leggerlo così, ad alta voce, fidatevi - perché, nel multiverso in cui ci tocca vivere, fosse mai una condizione clinica, no no, magari qualcuno s’offende). Di base, ci accolliamo tutto, sperando che passi presto. Come un temporale estivo (o le cinque serate di Sanremo una volta l’anno e via la paura). Eppure, dell’ironia si deve pur fare. Soprattutto su un carrozzone come la kermesse festivaliera. E allora come porsi? Vediamo nel dettaglio il sublime e strategico sarcasmo dei paladini del politically correct, quelli che rinuncerebbero perfino a qualche manciata di K (follower, beninteso) pur di non (rischiare di) offendere qualcuno. Andiamo a scoprire come procede il loro #laughwashing. Perché preparatevi: qui ridiamo noi. PUBBLICITÀ Ecco, sono lontani i tempi delle meravigliose vignette satiriche di Spinoza (che resistono, per fortuna), quelle in cui a ogni cantante in gara a Sanremo veniva assegnata un’immagine (più descrizione). Solo pochi anni fa, ai tre piccoli tenorin de Il Volo (poi vincitori di quell’edizione) fu assegnata la cartina politica di Ustica. Ma non si scherza su queste cose, ci sono morte delle persone, e se fosse capitato a tua cugina di terzo grado da parte di trisavola, eh, rideresti? Ci si stringe il cuore ad ammettere che sì, quell’associazione era diabolicamente perfetta. Oggi, invece, è tutto bello, top, super fliud, pure le stecche, pare, “normalizzano” (parola orrenda!) il brutto canto all’italiana facendoci sentire meno stronzi quando stoniamo Single Ladies sotto la doccia. Grazie, artisti dalle corde vocali tremule. Pensiero ben gentile, non dovevate. Nemmeno da parte dei nostri timpani. Ma non si può dire ché mica si può offendere così “qualcuno che non conosci”, asserendo qualcosa di orribile: il vero. E allora come uscire da questo impasse? Semplicissimo: c’è pur sempre la droga. Spieghiamo meglio: gli artisti in gara a Sanremo vengono tuttora sarcasticamente suddivisi in categorie bizzarre, nate dal conio della fantasia dei telespettatori (e arguti social media manager di pagine da centinaia di migliaia di views). Su una di queste, presa a campione, leggiamo la seguente descrizione di una band in concorso all’Ariston: “Ora tocca a Le Vibrazioni: vabbè, i soliti tossici”. E giù a ridere. Di cosa, di grazia? A parte il fatto che il frontman del gruppo ha raccontato, più di una volta e anche in un libro, di aver sofferto di dipendenze pesanti (da eroina, cocaina, non certo dai fiori di Bach) e in molte interviste tuttora parla dell’argomento come di una battaglia che deve allenarsi a combattere giorno per giorno: per i suoi figli, la famiglia, la musica ecc. Visto che “sensibilizzare” è il trend del momento (tanto che una conduttrice di colore si dimentica di fare il suo lavoro durante l’evento più importante dell’anno, solo per ricordarci la pigmentazione della sua pelle. E infatti esclusivamente per questo, ora, ci ricorderemo di lei), viene da chiedersi quanta “sensibilità” e “rispetto” ci sia nel definire in questo modo “una persona che nemmeno conosci” e, insieme, gli altri componenti della band che potrebbero anche sentirsela di dire: “Come ti permetti, scusa?”. Il grasso, l’omosessualità, il patriarcato, il qualsiasicosawashing no, ma la droga è ufficialmente sdoganata come argomento super LOL? Chi l’ha deciso? Riteniamo che, in un mondo giusto - dunque non certo quello in cui viviamo -, debba esserci una minima di equilibrio: o si può scherzare su tutto senza ricevere teste di cavallo a domicilio, oppure su nulla. Perché alcune cose non sono meno gravi (o offensive) di altre solo perché ve lo dice un hashtag, bimbi. Altro fenomeno parimenti curioso che abbiamo visto nascere, crescere e correre su Instagram (e non solo) in questa santa settimana festivaliera è la facilità con cui chiunque si presenti sul palco senza make up, fiorazzi alle maniche o almeno l’ombra di uno strass polvere di stelle, venga ingabbiato, per direttissima, nella spassosa categoria “Maschio alfa tossico” (o variazioni sul tema): qui troviamo, tra i pochi, Fabrizio Moro, Rkomi, Le Vibrazioni al completo e Giovanni Truppi, per esempio. Ma cosa significa “maschio alfa tossico”? Significa che i burloni del web, quelli del politicamente corretto, stanno dando a “persone che non conoscono” dei sessisti, maschilisti, patriarcali, possibilmente anche violenti e suprematisti, donna schiava cucina e chiava. Il tutto a partire da cosa? Dall’outfit, troppo nero, decisamente basic, niente lustrini o eyeliner sfumato, che mestizia. Non vi pare un filo poco basarsi su una giacchetta per definire una persona? Di più, per metterle un’etichetta (pure) offensiva? Non sono proprio questi i temi che, sulla carta, per quanto con diversi complementi oggetto, infiammano i più indefessi attivisti del politically correct? Eppure… Eppure, le cose stanno così: il pubblico da casa annuisce, badando bene a non postare una risata sul dodecalogo di temi potenzialmente offensivi per la cugina leggermente in sovrappeso di qualcheduno, mentre sui social si schiaffano gli appellativi “tossici”, “drogati”, “tipici narcisisti” e così via - vi risparmiamo, per carità, i morbidissimi commenti su Gianluca Grignani pre e post esibizione in duetto con Irama al Festivàl -, e giù a ridere. Forse sarebbe il caso di fare i conti con un fatto: gli esseri umani sono, intrinsecamente, meschini. E ora buona finale di Sanremo a tutti, politicamente corretti e non. Che tanto, a ben vedere, alla stessa razza s’appartiene. E, con rispetto parlando, non è che sia 'sta gran bella razza. Adesso “normalizzate” questo. Lol. Tag AMADEUS FESTIVAL RAI SANREMO 2022

domenica 6 febbraio 2022

Draghi fiuta il disastro. Il retroscena sul governo: ora cerca una via d’uscita da Palazzo Chigi

Caro direttore, the Day After. Irascibile, deluso, fisicamente provato: così appare SuperMario dopo che, da mesi, era convinto di aver preso la carrozza per il Quirinale. Ma Draghi è anche molto irritato con i suoi Grisù che, nelle ore più drammatiche delle votazioni per il Colle, gli hanno suggerito inutili telefonate melliflue ai leader dei partiti per autoproporsi. E poi il premier è pure risentito contro Sergio Mattarella, il quale lo aveva più volte illuso, così come l’intero Paese, sul proprio trasferimento ai giardinetti di Villa Ada. Peccato che nel frattempo tutto l’apparato del Colle, con spettacolare astuzia mediatica (saluti di commiato alle Cancellerie europee, visita di congedo al Papa, per non parlare degli "appelli spontanei" di vari artisti - Benigni in testa - fino alla fiction del trasloco), lavorava sotto traccia per la sua riconferma, senza destare alcun sospetto né in Draghi né nel suo entourage. E ora Mattarella può riprendere addirittura il suo settennato, a partire dalla giustizia, come fosse la prima volta. SuperMario invece sa che deve trovare una via d’uscita, conscio che il suo "governo dei migliori" fa acqua da tutte le parti, che i piani operativi del Recovery plan sono ancora tutti in alto mare e che difficilmente, con l’aria che tira in Europa, riuscirà a far slittare le scadenze del Pnrr al 2030. E, visto che nessuno più di lui "fiuta" i trend della politica monetaria, sembra si sia dato un obiettivo: con lo spread che a marzo probabilmente volerà a 250 e con l’aumento del tasso d’inflazione - che, dopo le recenti uscite rigoriste della Fed e della Bce, metterà l’Italia nelle condizioni di non poter più pagare il suo debito -, Draghi troverà il modo, a causa delle persistenti liti tra i partiti del suo Esecutivo e del rischio di una manovra restrittiva da 50 miliardi, di chiamarsi fuori. Meglio le elezioni per un vero chiarimento politico. E proprio perché il treno Italia sta deragliando, ha consigliato al suo modesto ministro dell’Economia Daniele Franco, "Alexa" per gli amici, di annullare la conferenza stampa con il collega tedesco Christian Lindner di passaggio a Roma. Un modo semplice per evitare domande imbarazzanti, come sulla decapitazione dell’Ad di Mps, Guido Bastianini, o su alcune spese del Governo, come i 50 milioni di euro stanziati dal ministro Giovannini, del Mit, per l’ennesimo studio di fattibilità del Ponte di Messina. O ancora, l’aumento della bolletta energetica che, come denuncia il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, rischia di far chiudere centinaia di aziende, con migliaia di posti di lavoro che saltano nell’indifferenza generale. Pur rendendosi conto dell’inadeguatezza dei suoi ministri tecnici (Franco, Cingolani, Colao, Bianchi, Lamorgese e il solito Giovannini), il premier ha preso coscienza della sua debolezza e per ora non riuscirà neppure a fare un rimpasto, che pure auspicava; d’altronde, come diceva Andreotti, «se ne muovi solo uno, viene giù tutto», a meno che non riesca a fare come il "Divo", che si prese nel 1990 ben cinque interim in un colpo solo (Sergio Mattarella, Mino Martinazzoli, Riccardo Misasi, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani). La fibrillazione nei partiti si tocca con mano. Luigi Di Maio è ormai in uscita dai 5 Stelle, dove Conte ha comunque preso la leadership e si sta preparando a chiedere una nuova investitura agli iscritti, forte del fatto che sarà lui a compilare le liste, non acconsentirà alla deroga di più mandati ed è deciso a cancellare tutti quei parlamentari non in regola con i pagamenti, partendo dal recordman Daniele Del Grosso. A Di Maio, che rischia di perdere per strada anche la componente che fa capo a Sibilia e Liuzzi, non resta che trovare, come lui stesso dice, una nuova strada fuori dal Movimento, cercando di costruire un ipotetico catenaccio intorno a Draghi con cui è in ricambiata sintonia. Ma se i Cinque Stelle sono in evaporazione, Forza Italia sta per esplodere, con la pattuglia di ministri (Gelmini, Carfagna, Brunetta) ininfluenti tanto nel partito come nel Governo. Da poche ore, riservatamente, alcuni parlamentari della Lombardia e del Veneto stanno iniziando a raccogliere le firme da inviare a Berlusconi per sfiduciare la "zarina salviniana" Licia Ronzulli dal suo incarico formale di coordinatrice dei rapporti con gli alleati e da quello informale di Catone sui media e sul centralino telefonico di Arcore, visto l’imbarazzante flop della vicenda Quirinale. Un vero cadeau diretto al Cavaliere il quale, digerita la conferma di Mattarella, spera presto nella nomina a senatore a vita. Sarebbe un bel finale che forse solo con Pier Ferdinando Casini come presidente della Repubblica avrebbe potuto essere portato a termine, anche perché gli uffici del Quirinale, tutti ringalluzziti ed eccitati dal bis, stanno già studiando i cavilli per escludere questa ipotesi. I gattopardi sanno bene cos’è il potere e se lo tengono stretto.

mercoledì 2 febbraio 2022

Sanremo, Popolo della famiglia e Pro Vita & Famiglia: “Ancora blasfemia, pronti camion-vela intorno all’Ariston e valutiamo lo sciopero nazionale del canone Rai”

SANREMO – «Anche quest’anno a Sanremo va in scena il Festival nazionale della blasfemia anticristiana, nonostante 360 milioni di cristiani perseguitati e discriminati nel mondo proprio a causa di quel battesimo che Achille Lauro ha vilipeso per puro sensazionalismo, e che la direzione artistica di Amadeus ha benedetto per lucrare sul sicuro effetto virale. Cosa sarebbe successo se si fosse ridicolizzato un gay pride, un rito ebraico o islamico? Giustamente il finimondo! I cristiani invece sono l’unica minoranza discriminata contro cui tutto è lecito. Ma adesso basta! Con lo scorporo del canone Rai dalla bolletta elettrica valuteremo se invitare con una campagna nazionale milioni di italiani che non ne possono più di questo scempio a non versare una tassa che viene usata contro di loro!», questo il commento di Antonio Brandi, Presidente di Pro Vita & Famiglia. «Per sensibilizzare l’opinione pubblica inoltre – aggiunge Jacopo Coghe, vicepresidente della Onlus – nei prossimi giorni Pro Vita & Famiglia manderà camion-vela intorno al Teatro Ariston di Sanremo con messaggi contro il continuo abuso del canone Rai per trasmettere dissacranti blasfemie anticristiane e messaggi ideologici di stampo LGBT. Chiediamo all’amministrazione aziendale e alla Commissione parlamentare di vigilanza Rai di mettere un freno a questa deriva oscena e violenta contro i cristiani italiani, i quali si troveranno altrimenti costretti alla disobbedienza civile evadendo un canone che viene usato contro la loro più intima identità religiosa». Nella polemica su Sanremo, come movimento di ispirazione cristiana e promotore dei valori non negoziabili, ci sentiamo toccati e offesi da quanto andato in onda su Rai 1 nella prima serata della 72º edizione del Festival di Sanremo. Riteniamo irrispettosa ed inaccettabile l’esibizione che denigra senza mezzi termini i valori inviolabili della fede portata sul palco dell’Ariston dall’artista Achille Lauro. Strumentalizzare la musica per sfottere la sensibilità di oltre 10 milioni di cristiani non è assolutamente tollerabile e ci opponiamo senza mezzi termini. Sollecitiamo quindi a tal proposito, la dirigenza della RAI e l’entourage organizzativo, ad una riflessione seria circa la brutta piega che ormai da tempo si manifesta in questo evento canoro. Sanremo torni a fare Sanremo che tra pugni alzati, amori gay e battesimi blasfemi, non consegna al pubblico quello che merita, la sana musica d’autore.

domenica 30 gennaio 2022

#Quirinale2022>>> Letta: silente e bloccato dai problemi interni. Praticamente metà partito voleva Draghi e metà voleva Casini, più una piccola parte che voleva Amato. Ha detto di NO a tutte le altre proposte fatte.

🟢🔵 La mia analisi del giorno dopo 🔵🟢 Per eleggere il presidente servivano 505 voti. Nella più ampia configurazione possibile (vedi foto) il centrodestra “compatto” poteva contare su 459 voti (454 in realtà, ma cambia poco). Per farcela era necessario ovviamente lasciar scorrere le prime tre votazioni in cui serviva una maggioranza qualificata di 673 voti. Dopo non poche difficoltà nell’individuare il candidato migliore della coalizione il risultato è stato che la Casellati si è fermata a 382. È stata affossata da un corrente di Forza Italia e dai centristi di Toti. Ne mancavano 123, missione impossibile a questo punto. Quando non puoi più vincere, punti al pareggio. Vediamo quali erano gli obiettivi dei singoli e cosa hanno fatto: 🟢 Salvini: ha provato ad eleggere un candidato di area centrodestra o quantomeno super partes. Non ha volutamente proposto alcun nome targato Lega e si è speso per la coalizione, forse troppo, cercando di fare le nozze coi fichi secchi ma erano pochi ed alcuni anche avariati. Alla fine avrebbe accettato la Belloni proposta da Letta e Conte, ma l’hanno ritirata per la contrarietà di una parte del PD, di Renzi e di LEU. A quel punto, bocciata anche la Cartabia, sceglie di votare Mattarella (che non avrebbe mai accettato senza il consenso di tutti i partiti della maggioranza) quando ha capito che CSX e Forza Italia stavano per eleggere Casini. 🔴 Letta: silente e bloccato dai problemi interni. Praticamente metà partito voleva Draghi e metà voleva Casini, più una piccola parte che voleva Amato. Ha detto di NO a tutte le altre proposte fatte. ⚫️ Meloni: unico interesse andare subito ad elezioni per monetizzare i voti attuali. Ha fatto di tutto per distinguersi dal resto della coalizione. Nell’ordine: si è inutilmente intestata Nordio nella rosa dei tre nomi, bruciandolo in un amen. Quando il cdx ha deciso di votare scheda bianca, lei ha votato Crosetto e si è fatta dare 50 voti dall’area dei 5S più ostile a Salvini. Il suo presidente ideale era Draghi, l’unico con cui poteva sperare in una crisi da ingovernabilità che avrebbe potuto portare ad elezioni prima del 2023. 🔵 Tajani con mezza Forza Italia: Leale e coerente con Salvini. Nulla da dire se non che non è riuscito a tenere uniti i suoi, ma non essendo “l’unto del Signore” i miracoli non li può fare. ⚪️ L’altra mezza Forza Italia e “alleati” centristi (Toti e compagnia cantante): vogliono creare la “nuova DC” con Renzi e Calenda. Mettere una legge elettorale proporzionale per rendere ininfluenti Lega e FdI, per poi governare col centrosinistra. Hanno puntato tutto su Casini, gli è andata male ma sono stati vicinissimi al risultato. 🟡 5stelle: obiettivo principale, forse unico, evitare Draghi e la possibile conseguente fine anticipata della legislatura. Conte, seppur azzoppato dalla miriade di correnti interne, onestamente qualche tentativo di dialogo con Salvini l’ha fatto, ma è sempre stato richiamato all’ordine da Letta. ⁉️ In questo quadro i veti incrociati avrebbero mantenuto lo stallo ben oltre il record del 23esimo scrutinio. Il paese in questa crisi, ormai quella economica ha sopravanzato addirittura quella sanitaria, non si poteva permettere di aspettare all’infinito. Già dopo i primi tre giorni di voto c’era insofferenza diffusa. (Quelli che “sfaticati…quanto ci vuole ad eleggere un presidente?!?” sono però gli stessi che oggi dicono “dovevate insistere ad oltranza, che delusione!!!” vabbè). 🏁 Alla fine con la scelta di Mattarella non vince nessuno e perdono un po’ tutti. Probabilmente l’unico aspetto positivo è che ora c’è la consapevolezza che bisogna cambiare questa modalità di elezione inefficace ed antiquata. Farlo eleggere direttamente dagli elettori, a mio personale avviso, potrebbe essere la strada da seguire. Nota Finale: Se hai avuto la pazienza di leggere fino a qui mi farebbe piacere un tuo commento, nessuno verrà cancellato (a meno che sia estremamente offensivo, oltre la decenza umanamente tollerabile). Sentiti libero di scrivere pure “vergogna”, “buffoni” e “pagliacci” però per favore aggiungi anche quale sarebbe stata la tua soluzione “praticabile”. P.S.: ⚪️🟢⚪️ Umberto Bossi: eroico. Non servono altre parole. Ha avuto attestati, forse tardivi, di stima ed affetto da tutti.

Mezz'ora in più, Paolo Mieli inchioda Enrico Letta su Elisabetta Belloni: "Molto strano". Il leader Pd balbetta: si capisce tutto. Il pasticciaccio del PD.

C'è una stranezza per Paolo Mieli. Ospite di Mezz'ora in più, il programma in onda su Rai 3 e condotto da Lucia Annunziata, il giornalista chiede chiarimenti a Enrico Letta. È infatti di queste ore la notizia che a proporre Elisabetta Belloni per il Quirinale sia stato proprio il Pd. Lo stesso partito che ha poi deciso di far naufragare la candidatura. "Ma io chiedo, nessuno ha avvertito questa donna? È strano tutto questo", incalza Mieli il segretario dem. Mezz'ora in più, Paolo Mieli inchioda Enrico Letta su Elisabetta Belloni: "Molto strano". Il leader Pd balbetta: si capisce tutto. Mezz'ora in Più @Mezzorainpiu Belloni, a capo dei servizi segreti, era stata avvertita di una possibile indicazione come presidente della Repubblica? "Nome era sui giornali, ma di lei e degli altri avevamo solo iniziato a parlare" @EnricoLetta #mezzorainpiu #Quirinale22 E la risposta lascia ancora più perplessi: "È la prima volta che a quell'ora, alle 18/18.30, finalmente dopo giorni ci siamo incrociati in una stanza dicendoci come volevamo andare avanti". "Ma il nome era già uscito, era pure sui giornali", controbatte a tempo record la firma del Corriere della Sera mentre Letta tenta di arrampicarsi sugli specchi: "Eh, era uscito sui giornali e non sarà stato un ragionamento concreto". E ancora: "Su tutti quei nomi che abbiamo fatto, visto che io sono sempre stato disponibile a fare un passo avanti, ero disposto a verificare con i gruppi parlamentari". Sarà, però il nome della Belloni è stato fermato proprio dal Pd dopo che il Movimento 5 Stelle e la Lega si erano esposti. A confermarlo, oltre che un retroscena del Corriere della Sera, Matteo Salvini: "Mi è stata proposta da Pd e M5s. Quando sono andato nell’ufficio di Conte mi sono stati fatti cinque nomi, dopo aver parlato con gli alleati sono tornato dicendo che uno aveva il sostegno della Lega perché aveva tutto per essere un ottimo presidente, credibile e super partes". Ossia la direttrice generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Eppure nonostante le evidenze Letta tira dritto e rifiuta di essere additato come il responsabile di una candidatura promettente, ma naufragata. Qualche anima semplice potrebbe chiedersi se ne sia valsa la pena. Il sistema politico e istituzionale italiano si è come bloccato per più di un mese e alla fine, dopo tanto indaffararsi e tante parole al vento, si è ritornati alla casella di partenza. Tanto rumor per nulla... In verità, non è proprio così e questo mese non è passato invano: ci ha dato molti indizi per capire meglio la crisi di sistema in cui siamo piombati e, in prospettiva, qualche indicazione per uscirne prima o poi. E la soluzione trovata, imposta e quasi "estorta" a un recalcitrante Mattarella, darà al capo dello Stato, sempre nell'alveo del dettato costituzionale, qualche arma in più per accompagnare il sistema verso nuovi e più adeguati assetti politico-istituzionali. E soprattutto per far sì che le tanto annunciate riforme passino finalmente dalla potenza all'atto. I partiti, che per quanto sbilenchi e in crisi continuano ad essere i rappresentanti della "sovranità popolare", non hanno infatti semplicemente chiesto all'inquilino del Quirinale di restare al suo posto per un altro settennato. Gli hanno chiesto nuove e sottintese responsabilità: non è a cuor leggero, infatti, che in una democrazia si allunga così tanto una carica già di per sé non breve. È una legittimazione forte quella che Mattarella ha ottenuto e che ora deve far valere: non solo il riconoscimento di essere l'asse di equilibrio di un sistema fragile e diviso, ma quasi un invito a continuare quel lavoro iniziato una domenica di febbraio dell'anno scorso. Fu giusto un anno fa, infatti, che, di fronte a un'altra impasse del sistema, il Capo dello Stato fece un appello a tutti i partiti e si "inventò" la soluzione Draghi. Da allora di strada ne è stata fatta tanta, pur fra innegabili (inevitabili e direi anche proficue) conflittualità fra partiti tanto diversi fra loro. E si può dire che l'Italia si sia rimessa in carreggiata. Aver pensato però che quel lavoro, in alcuni punti solo abbozzato, possa ora procedere per forza inerziale, quasi come se alla guida ci possa essere un "pilota automatico", è stato un errore o un'ingenuità da parte dell'attuale premier. Altre parole, forse, dovevano essere usate in quella conferenza stampa prenatalizia in cui non ha nascosto l'ambizione (legittima) di succedere a chi lo ha chiamato a Palazzo Chigi un anno fa. Non era il momento per questo "trasloco", come in molti avrebbero voluto, a cominciare da Enrico Letta, né per esperimenti politici diversi. CONGELARE TUTTO Il fatto è che, se muovi oggi una pedina, il rischio concreto è che venga giù tutto l’edificio. È risultato altresì evidente in questi giorni che, senza la sponda di Mattarella, Draghi difficilmente avrebbe potuto continuare il suo lavoro: simul stabunt simul cadent. Congelare tutto è risultato perciò a un certo punto inevitabile, in un’ottica almeno di interesse nazionale. Lo si è capito dopo una settimana in cui altri equilibri sono stati cercati, certamente più consoni a una normale dialettica democratica. Il fatto che si siano consumati uno dopo l’altro dimostra, anche da questo punto di vista, che il tempo della “normalità” non è ancora arrivato. Dobbiamo farcene una ragione senza però arrenderci. Va dato atto a Matteo Salvini di aver tratto queste conclusioni rapidamente dopo che, non per colpa sua, aveva girato a vuoto per giorni interi. Il leader della Lega non si è dato pace in questo frangente: si è mosso freneticamente alla ricerca di una soluzione che rimettesse al centro la politica e, nello stesso tempo, garantisse le istituzioni. Le ha tentate tutte: dalla proposta di una rosa di centrodestra di nomi di spessore e “alto profilo”alla pista di “tecnici”autorevoli e riconosciuti. Di fronte alla opposizione pregiudiziale della sinistra, e in particolare del Pd, ha persino tentato (legittimamente come mostra la storia repubblicana) una soluzione di parte ma lo ha fatto scegliendo un nome di assoluta garanzia istituzionale: la Casellati è nientemeno che la seconda carica dello Stato e l’aria di sufficienza con cui la sinistra ha accolto la sua candidatura è stata nel suo caso assolutamente fuori luogo. Fallito anche questo tentativo, Salvini si è trovato di fronte a una non facile alternativa: o tener duro e salvare l’unità del centrodestra con una Giorgia Meloni tutta protesa verso le elezioni anticipate, ma con il rischio di mandare all’aria il governo, la stabilità e la ripresa del Paese in corso; oppure mostrare quel senso istituzionale che gli avversari non hanno e favorire la rielezione di Mattarella per il bene dell’Italia. La quale ha necessità di continuare sulla via delle riforme,anzi di radicalizzarle: da una riforma vera della giustizia a una riforma dello Stato e della legge elettorale solo un governo forte, garantito da un Capo dello Stato altrettanto forte, può vincere resistenze e sfondare i muri della conservazione, dare garanzie. Da oggi Mattarella ha tutta la legittimazione e l’autorevolezza per agire in questa direzione. Il Mattarella bis non potrà e non dovrà essere un normale e tranquillo settennato presidenziale.

sabato 29 gennaio 2022

GLI ITALIANI VOTANO A DESTRA E SI RITROVANO TRE PRESIDENTI DI SINISTRA: LA RIVOLTA È UN DOVERE

La maggioranza degli italiani vota partiti che vogliono il cambiamento, e si ritrova con la più oscena e sfacciata restaurazione. La legislatura che era iniziata con i populisti al governo finisce con Mattarella al Quirinale, Draghi a Palazzo Chigi e Amato a presiedere la Consulta. Il popolo italiano è a maggioranza di destra, ma non può esprimere non solo il governo, nessun potere dello Stato. E’ chiaramente uno Stato illegittimo perché non rappresenta la volontà popolare. Il governo è abusivo, sia perché guidato da un premier non eletto, sia perché nato grazie ad un rovesciamento della volontà dei cittadini-elettori. Un governo che sta portando avanti la destrutturazione etnica dell’Italia importando clandestini e uccidendo italiani. Ne sono morti più di centocinquantamila perché hanno tagliato la sanità e sperperato soldi nell’accoglienza dei clandestini. E ora, vogliono compiere il passo successivo, renderci come mandrie marchiate: Senza alcun mandato politico, hanno aperto i porti alle Ong. I porti, secondo il bizzarro accordo di Malta dovevano ruotare, stanno ‘ruotando’ solo quelli italiani. In nessuna democrazia compiuta questo potrebbe accadere. Ma, ormai, è tutto il Sistema ad essere sostanzialmente illegale. Al Quirinale c’è un presidente della Repubblica nominato da un Parlamento giudicato incostituzionale dalla stessa Corte della quale faceva parte l’attuale PdR Mattarella. Quella Corte che, mentre lo giudicava tale, ne ha permesso la sopravvivenza: e, caso strano, uno di loro è finito al Colle. Riconfermato ora da un altro Parlamento che non rappresenta la volontà popolare, solo perché gli attuali parlamentari sanno che non saranno mai più rieletti: hanno votato per il loro stipendio, non per altro. Non è un semplice voto di scambio: è un colpo di Stato. Dal PdR fino all’ultimo dei parlamentari, la classe politica al potere è tutta illegittima. E’ tutta illegale. Ogni decisione di questo governo, avallata da questo Parlamento, è illegale e non va rispettata. Abbiamo ogni diritto di ribellarci nei confronti di un ordinamento ingiusto. Perché se è vero che ogni persona soggetta a un ordinamento giuridico e il cittadino è soggetto all’obbligo politico, cioè al dovere fondamentale di obbedire alle leggi, questo obbligo è annullato dal diritto di resistenza.E all’esistenza. Questo regime mette a rischio l’esistenza stessa del popolo italiano. La filosofia individua tre condizioni sine qua non perché la disobbedienza alle leggi sia lecita: -ingiuste (non corrispondente a principi di giustizia) -illegittime (emanata da chi non abbia il potere legittimo) -invalide (contraria alla Costituzione vigente) Le leggi emanate dal Parlamento attuale rispondono, almeno, a due di questi requisiti. Resistere alle leggi di Conte e soci è un diritto. Anzi: è un dovere di ogni Patriota. Ognuno di noi, con i suoi messi, deve lavorare perché questi servi di regimi stranieri vengano spazzati via. Sic semper tyrannis.