venerdì 20 marzo 2020

Migranti, riprendono gli sbarchi. E il coronavirus ora avanza in Africa

Il problema per la gestione futura della pandemia da Covid-19 potrebbe arrivare dall'Africa: aumentano i casi nel continente, per l'Italia adesso lo spauracchio potrebbe essere rappresentato dal possibile ritorno degli sbarchi di migranti!


Già un mese fa, quando l’epidemia era in gran parte confinata in Cina e l’Italia non era entrata nel vortice neri della pandemia, uno studio condotto dalla ricercatrice italiana Vittoria Colizza aveva messo in guardia: il pericolo in futuro, sul fronte dell’emergenza Covid-19, potrebbe arrivare dall’Africa.

Oggi il continente nero sta iniziando a registrare sempre più casi e la situazione potrebbe ben presto preoccupare. Attualmente l’epicentro della pandemia è l’Europa, con l’Italia che ha superato i trentamila contagiati ma con Spagna, Germania e Francia che stanno accusando ritmi molto alti nella crescita del numero dei nuovi casi.
Ma un giorno il cuore dell’emergenza potrebbe per l’appunto essere l’Africa. Nello studio di Vittoria Colizza, erano tre i paesi maggiormente indicati come primi possibili focolai dell’infezione nel continente: Egitto, Algeria e Sudafrica. Una previsione quest’ultima a cui si è arrivati tramite l’elaborazione dei modelli matematici e che, alla prova dei fatti, si è rivelata veritiera.
Attualmente sono proprio i tre paesi sopra citati ad essere quelli più raggiunti dal coronavirus in Africa: l’Egitto, dove a febbraio si è anche riscontrato il primo caso, ha 210 contagiati accertati e sei morti, 116 invece sono coloro che in Sudafrica hanno contratto il Covid-19, 74 invece in Algeria. Ma qui si ha al momento il record di deceduti africani, con 7 vittime causate dal virus.
Se questo è un dato che, secondo Vittoria Nicolizza, in qualche modo può rincuorare circa il fatto che i tre paesi in questione sono anche quelli dove il sistema sanitario è maggiormente sviluppato in Africa, occorre però non abbassare affatto la guardia. Oramai gran parte dei Paesi del continente nero hanno almeno un caso di Covid-19 e se l’infezione è potuta dilagare in Italia ed in Europa, nulla vieta di pensare che i prossimi picchi della pandemia possano avvenire in Africa.
Lo ha fatto presente lo stesso direttore dell’Oms, l’eritreo Tedros Adhanom Ghebreyesus: “Il miglior consiglio che posso dare al mio continente – ha dichiarato il direttore generale nei giorni scorsi – è di prepararsi al peggio e prepararsi ora. Il mio continente deve svegliarsi”.
E l’allarme non è di poco conto: in diverse aree dell’Africa manca l’acqua, non ci sono le condizioni per applicare anche le più basilari regole di igiene per bloccare l’avanzata del virus. Per non parlare poi dei sistemi sanitari: alcuni di questi non sono diffusi capillarmente nei territori di appartenenza, le risposte che possono essere date alla popolazione ammalata sarebbero quindi limitate.
L’unico mezzo su cui per il momento una parte del continente potrebbe puntare, è quello relativo alle più recenti esperienze: in Africa occidentale nel 2014 hanno affrontato l’epidemia di ebolastesso discorso per quanto riguarda il Congo nei mesi più recenti. La popolazione è abituata a vivere con lo spettro di epidemie e di misure stringenti per contenere la diffusione delle malattie. Ma misure del genere dovrebbero iniziare ad essere applicate da adesso, visto che in questo momento la curva dei contagi è ancora bassa. Tuttavia, solo pochi governi si stanno concretamente muovendo.
Da qui gli allarmi lanciati in questi giorni e quell’invito a “svegliarsi” fatto dallo stesso direttore dell’Oms. Ma il problema potrebbe riguardare anche l’Italia: se nei prossimi mesi la pandemia dovesse trovare il proprio apice in Africa, gli sforzi che il nostro paese sta compiendo per uscire dall’emergenza potrebbero essere vani.
L’Italia infatti, per ovvie ragioni geografiche, potrebbe essere la più esposta ad un’eventuale diffusione di contagio nel continente a noi dirimpettaio. E già oggi per la verità non mancano le preoccupazioni, sia di natura sanitaria che di ordine pubblico. La primavera che avanza sta dando la possibilità a molti trafficanti di rimettere in mare i barconi carichi di migranti, in 150 sono sbarcati dalla Tunisia, dove i contagi stanno crescendo, negli ultimi giorni a Lampedusa e ci sono non poche difficoltà nel trovare luoghi adatti per far rispettare loro la quarantena.
Se in estate il picco dovesse essere in Africa, la contestuale ripresa dei flussi migratori imporrebbe all’Italia nuovi sforzi e nuovi sacrifici: nessun paese europeo infatti accetterebbe più la redistribuzione, le nostre forze dell’ordine e le nostre autorità sarebbero chiamate a trovare in tempi brevi luoghi idonei a far rispettare la quarantena a centinaia di persone per salvaguardare la (si spera) ritrovata salute del nostro paese. L’Africa è quindi un problema sul fronte coronavirus: lo è per il mondo, ma lo è soprattutto per l’Italia.

lunedì 9 marzo 2020

Culle vuote e barconi pieni!!! Gli italiani fra 50 anni? O meticci o scomparsi!!!!!!!

Per vent’anni abbiamo pensato che gli immigrati fossero utili al nostro sistema produttivo. E invece ci siamo sbagliati. Sono indispensabili. Senza di loro, tempo che i bambini di oggi finiranno l’università, noi italiani potremo esserci ridotti a 55 milioni, ben il 10 per cento in meno. Altri vent’anni e saremo solo 45 milioni, più o meno come alla fine della Seconda guerra mondiale. Una decimazione.

I demografici, gli statistici e perfino i burocrati lo sanno da almeno un decennio. Noi lo stiamo scoprendo in questi giorni, complice la questione migratoria: l’Italia come la definivano i nostri padri è in via di estinzione. Il compito di salvarla spetterà ai nuovi arrivati, provenienti sempre meno dall’est Europa e sempre più dal continente africano. Dati e statistiche alla mano e scopriamo perché.

MENO FIGLI DA MEZZO SECOLO

Innanzitutto siamo la nazione più vecchia d’Europa. Gli ultra 65enni sono oggi il 22 per cento della popolazione e, senza l’iniezione di giovani immigrati, sfiorerebbero il 40 per cento tra trent’anni anziché fermarsi a un più sostenibile 30 per cento (un numero comunque enorme: erano l’8 per cento al tempo delle Olimpiadi di Roma, nel 1960).

Ad aumentare velocemente il numero dei bastoni nei bar non è soltanto il progressivo allungamento della vita ma anche la nostra crescente infertilità. Con una media di 1,39 figli per donna, siamo oggi ben al di sotto dei due figli per madre necessari a mantenere costante il livello della popolazione. E pensare che riempivamo quasi due culle e mezzo ancora quarant’anni fa. La riduzione della natalità non è infatti un fenomeno di oggi ma una tendenza in atto dalla metà degli anni Sessanta. Alla fine degli anni Ottanta, di conseguenza, si era ridotto il numero di donne in età fertile. E negli anni Novanta morivano già più italiani di quanti non ne nascessero.



Allora perché sono due decadi che stentiamo a integrare coloro senza i quali non avremmo un settore edile e a fatica un’industria manufatturiera? Perché non abbiamo messo sotto accusa l’assenza di un sistema strutturato di accoglienza selettiva ma legale dei migranti invece di subire per anni la retorica politica delle “sanatorie” che faceva sembrare temporanea una questione che è invece strutturale? E perché non abbiamo obbligato la politica a coniare una struttura di aiuto alla famiglia, senza cui la maternità multipla diventa sacrificio, anziché fingere che bastasse la rete familiare, di fatto costringendo le donne a non fare figli per poter lavorare?

Forse perché «l’immigrazione obbliga gli Stati a pensare alla propria identità», sottolinea il demografo Giampiero della Zuanna. Un esercizio mai facile, ancor meno quando è più semplice trovare un capro espiatorio che educare un popolo conservatore come il nostro all’inevitabilità del suo futuro: quello di nazione multietnica all’interno di un continente multietnico. Il rapido invecchiamento della popolazione e il drastico crollo delle nascite sono andati di pari passo con l’aumento del tasso di globalizzazione dell’economia. Per anni merci e capitali si sono mossi velocemente alla ricerca di opportunità. Adesso, e sempre di più, lo stanno facendo anche le persone che si dirigono dove sperano di trovare migliori chance di vita. Inevitabile che tra quarant’anni la prospera Europa sarà culturalmente, religiosamente e linguisticamente più variegata degli Stati Uniti.

La Germania, demograficamente a noi simile e addirittura infeconda più di noi, l’ha capito un po’ prima. Vero è che nel ‘93, sotto le crescenti spinte xenofobe, Berlino aveva addirittura cambiato un articolo della Costituzione per limitare l’accesso all’asilo politico, ma intanto stampa e politica lavoravano sottotraccia per spiegare l’utilità sociale ed economica dei nuovi arrivi. Tanto che nel 1999 il governo varò le leggi che garantivano il diritto di cittadinanza a tutti i nati sul suo territorio (ius soli) e oggi può accogliere 800 mila profughi siriani senza scatenare rivolte interne.

L’UNICA STRADA PER EVITARE IL DECLINO

Con il marcato calo demografico il pericolo immediato non è tanto la sparizione dell’Italia quanto un suo impoverimento economico causato sia dalla mancanza di manodopera sia dai sempre più elevati costi di mantenimento della popolazione anziana. I demografi lo chiamano tasso di dipendenza (degli anziani dalla popolazione in età lavorativa). Rende un’idea di quanti cittadini attivi si fanno carico dei più vecchi. Se oggi noi italiani abbiamo tre cittadini in età da lavoro per ogni over 65, tra vent’anni finiremo per averne solo due. Un bel problema: non solo la nostra ricchezza lorda (Pil) subirà una sforbiciata dello 0,2 per cento ma, a dispetto di qualsiasi manovra e di qualunque sciopero, finiremo per non avere abbastanza lavoratori che possano pagare pur magre pensioni ai nostri figli.

La soluzione, anche se solo per un altro mezzo secolo, avvertono i demografi, l’abbiamo tutti i giorni davanti ai nostri occhi: si chiama Nicolau, Ahmed, Peace. Sono loro che nel 2013 hanno contribuito per il 95 per cento alla crescita della popolazione a fronte di un misero 5 per cento fornito dalle nuove nascite. Si tratta di un dato a cui ci dobbiamo abituare perché saranno gli immigrati a contribuire alla crescita del popolo italiano in misura sempre più rilevante per i prossimi vent’anni. I dati Eurostat indicano che l’Italia “importerà” tra le 300 e le 400 mila persone l’anno almeno fino al 2040. Saranno anni in cui il numero dei cittadini stranieri o di origine straniera salirà dall’attuale 8,3 per cento a poco meno di un terzo dell’intera popolazione italiana. Sarà straniero o di origine straniera un ragazzino italiano su due e un cittadino con meno di 40 anni su tre. Oggi una classe elementare composta soltanto da bambini di origine straniera fa notizia: domani sarà quasi la normalità.

Grazie a questa trasformazione demografica di dimensioni epocali, tra quarant’anni noi italiani potremmo ritrovarci a quota 66 milioni anziché scendere a 45 milioni (dagli attuali 61) come rischieremmo se sigillassimo i confini. Si tratta di milioni di cittadini in più che, se debitamente integrati, ci aiuteranno a tenere in vita la nostra macchina produttiva e a permettere ai vecchi di non morire in fabbrica. Il tasso di attività degli immigrati rispetto ai locali è infatti particolarmente positivo in Italia, anche rispetto alla media europea. A stare ai dati della Fondazione Leone Moressa, il 72 per cento degli immigrati extra Ue ha un lavoro remunerato a fronte a solo il 67 per cento degli autoctoni. Un dato che ha tenuto anche durante gli anni di crisi.


La spiegazione è abbastanza semplice: la maggioranza dell’occupazione che il nostro Paese offre è qualitativamente povera e a basso grado di scolarizzazione. Gli italiani preferiscono aspettare piuttosto che accettare un’occupazione non in linea con le proprie caratteristiche professionali. I più preparati lasciano l’Italia e si dirigono verso Paesi, come l’Inghilterra, che offrono opportunità di impiego più sofisticate o stipendi maggiori: a prendere un aereo sono stati 45 mila italiani nel 2013 e 91 mila l’anno scorso. Al contrario, chi ha rischiato la vita in mare con pochi soldi e un bambino tra le braccia per sfuggire a un destino di guerra o estrema povertà non si ferma di fronte a una remunerazione insufficiente o a un lavoro faticoso. Nei settori industrialmente in declino o privi di prospettive di carriera gli immigrati sono infatti uno su tre, a differenza che nei settori lavorativi ad alto tasso di sviluppo dove sono soltanto uno su sette.

Certo, rimane il problema della qualità scolastica e professionale degli immigrati che scelgono l’Italia come destinazione. È mediamente inferiore a quella di chi si dirige verso il resto d’Europa (con l’eccezione della Grecia), elemento che alla lunga potrebbe avere riflessi sulla nostra competitività. Il problema però non sta tanto negli immigrati quanto negli italiani. Il nostro Paese ha la più bassa incidenza di laureati dei paesi dell’Unione: meno del 15 per cento rispetto a una media del 25 per cento, sintomo di un’economia poco fondata su scienza e innovazione e di una classe dirigente non adeguatamente preparata. E siccome tra simili ci si sceglie, ecco che solo il 9,5 per cento degli immigrati in Italia ha una laurea: a fronte, ad esempio, del 48 per cento di chi si stabilisce in Inghilterra o del 20 per cento di chi sceglie la Germania come nuova patria.

CHE INVIDIA PER IL WELFARE FRANCESE

L’Italia non è un’eccezione in Europa. A differenza degli Stati Uniti, l’intero Continente è sulla strada del tramonto demografico. A metà degli anni Sessanta ha cominciato a fare meno figli e a farli sempre più tardi. Nel 2013 l’età media era 30 anni e il numero di figli, complici le difficoltà economiche che hanno messo in crisi la piccola ripresina demografica dei primi anni Duemila, si aggirava intorno ad uno e mezzo per donna. «Perfino il termine con cui si descrive l’assenza di figli è cambiato in questi anni: child-free e non più child-less», sottolinea Golini: «Quasi a giustificare l’assenza di neonati nelle famiglie come un fattore di modernità e non un problema come invece è».

All’interno del Vecchio Continente però ci sono delle differenze importanti che dovrebbero fare riflettere chi si accinge ad elaborare la politica dei prossimi anni. Mentre dei cinque paesi più popolati, Italia e Germania sono quelli con un tasso di natalità altamente negativo e dunque hanno disperato bisogno di immigrati (per la Spagna il problema si porrà con almeno una decade di ritardo ma in termini altrettanto drastici), Francia e Inghilterra sono demograficamente autosufficienti.

In Inghilterra sono trent’anni che la differenza tra numero di immigrati e di emigrati è positiva. In Francia - caso unico tra i paesi sviluppati - il tasso di natalità è rimasto costante nei 40 anni passati. Oggi, con una quota di cittadini stranieri del dieci per cento, soltanto un punto e mezzo percentuale più di noi, la Francia non ha bisogno di nuovi arrivi. Non è un caso. Dal Dopoguerra in poi l’Esagono ha puntato sul consumo interno e non sulle esportazioni (come Italia e Germania) per la crescita della propria economia, e ha fatto in modo che i consumatori non venissero meno. Ben il 4 per cento del suo Pil va annualmente in aiuti alle famiglie sotto forma di trasferimenti monetari e generosi programmi di welfare per tutti i bambini con meno di tre anni. Risultato: le donne francesi sono le più prolifiche del Vecchio Continente.

UN MILIARDO DI AFRICANI IN PIÙ

L’attuale fabbisogno di immigrati non durerà per sempre. Tra circa venti o trent’anni comincerà ad attenuarsi. «Gli immigrati per quanto giovani non sono dei neonati e anche loro invecchiano», sorride Elena Ambrosetti, demografa dell’Università La sapienza di Roma: «Si arriverà a un punto in cui, immigrati o no, il numero degli italiani diminuirà comunque. Senza contare che una società non riesce a integrare un numero eccessivo di nuovi arrivati». Soprattutto se culturalmente non omogenei.

Fino ad oggi i nostri immigrati provenivano soprattutto dai paesi dell’Est Europa (rumeni in testa) e dal Nord Africa (soprattutto marocchini). Le ondate immigratorie dei prossimi decenni - al netto degli imprevisti della Storia come la guerra siriana - saranno soprattutto di matrice subsahariana e numericamente più rilevanti che in passato. Per rendersene conto basta guardare all’enorme delta demografico che separa l’Europa e dall’Africa.

Il Continente Nero avrà entro il 2050 circa un miliardo di persone in più a fronte di un’Europa che rischia di perdere il 16 per cento della sua popolazione. Oggi i giovani tra i 25 e i 29 anni - la classe di emigranti per definizione - sono 51 milioni in Europa e 95 in Africa. Tra solo vent’anni saranno 41,12 milioni in Europa e ben 151 milioni in Africa; fra trent’anni 40,9 milioni in Europa e 186 in Africa. Il loro sbocco naturale, soprattutto se l’Africa non avrà compiuto il tanto atteso balzo in avanti in termini economici, saranno le sponde del Mediterraneo. «Si tratta di cifre folli di adulti con bambini», avvertono i demografi, praticamente in coro: «È ora di pensare a che tipo di società si vuole e cominciare a prendere provvedimenti per tempo».

D’altronde sono dieci anni che la Commissione europea, a fronte dell’invecchiamento progressivo del Continente e dei sempre maggiori flussi migratori da cui è investito, ribadisce alcune indicazioni di base: primo, una profonda riforma del sistema pensionistico volta a garantire l’equità intergenerazionale; secondo, un massiccio investimento degli Stati membri in un sistema efficiente di accoglienza e integrazione dei migranti; terzo, politiche fiscali volte a conciliare la vita professionale e privata delle famiglie così da rinverdire il tasso di fertilità nazionale. Il mix tra queste tre diverse politiche darà vita alle società di domani. Occuparsene subito significa presentarsi preparati all’appuntamento con il proprio futuro. Per non restarne travolti.