domenica 30 gennaio 2022

Mezz'ora in più, Paolo Mieli inchioda Enrico Letta su Elisabetta Belloni: "Molto strano". Il leader Pd balbetta: si capisce tutto. Il pasticciaccio del PD.

C'è una stranezza per Paolo Mieli. Ospite di Mezz'ora in più, il programma in onda su Rai 3 e condotto da Lucia Annunziata, il giornalista chiede chiarimenti a Enrico Letta. È infatti di queste ore la notizia che a proporre Elisabetta Belloni per il Quirinale sia stato proprio il Pd. Lo stesso partito che ha poi deciso di far naufragare la candidatura. "Ma io chiedo, nessuno ha avvertito questa donna? È strano tutto questo", incalza Mieli il segretario dem. Mezz'ora in più, Paolo Mieli inchioda Enrico Letta su Elisabetta Belloni: "Molto strano". Il leader Pd balbetta: si capisce tutto. Mezz'ora in Più @Mezzorainpiu Belloni, a capo dei servizi segreti, era stata avvertita di una possibile indicazione come presidente della Repubblica? "Nome era sui giornali, ma di lei e degli altri avevamo solo iniziato a parlare" @EnricoLetta #mezzorainpiu #Quirinale22 E la risposta lascia ancora più perplessi: "È la prima volta che a quell'ora, alle 18/18.30, finalmente dopo giorni ci siamo incrociati in una stanza dicendoci come volevamo andare avanti". "Ma il nome era già uscito, era pure sui giornali", controbatte a tempo record la firma del Corriere della Sera mentre Letta tenta di arrampicarsi sugli specchi: "Eh, era uscito sui giornali e non sarà stato un ragionamento concreto". E ancora: "Su tutti quei nomi che abbiamo fatto, visto che io sono sempre stato disponibile a fare un passo avanti, ero disposto a verificare con i gruppi parlamentari". Sarà, però il nome della Belloni è stato fermato proprio dal Pd dopo che il Movimento 5 Stelle e la Lega si erano esposti. A confermarlo, oltre che un retroscena del Corriere della Sera, Matteo Salvini: "Mi è stata proposta da Pd e M5s. Quando sono andato nell’ufficio di Conte mi sono stati fatti cinque nomi, dopo aver parlato con gli alleati sono tornato dicendo che uno aveva il sostegno della Lega perché aveva tutto per essere un ottimo presidente, credibile e super partes". Ossia la direttrice generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Eppure nonostante le evidenze Letta tira dritto e rifiuta di essere additato come il responsabile di una candidatura promettente, ma naufragata. Qualche anima semplice potrebbe chiedersi se ne sia valsa la pena. Il sistema politico e istituzionale italiano si è come bloccato per più di un mese e alla fine, dopo tanto indaffararsi e tante parole al vento, si è ritornati alla casella di partenza. Tanto rumor per nulla... In verità, non è proprio così e questo mese non è passato invano: ci ha dato molti indizi per capire meglio la crisi di sistema in cui siamo piombati e, in prospettiva, qualche indicazione per uscirne prima o poi. E la soluzione trovata, imposta e quasi "estorta" a un recalcitrante Mattarella, darà al capo dello Stato, sempre nell'alveo del dettato costituzionale, qualche arma in più per accompagnare il sistema verso nuovi e più adeguati assetti politico-istituzionali. E soprattutto per far sì che le tanto annunciate riforme passino finalmente dalla potenza all'atto. I partiti, che per quanto sbilenchi e in crisi continuano ad essere i rappresentanti della "sovranità popolare", non hanno infatti semplicemente chiesto all'inquilino del Quirinale di restare al suo posto per un altro settennato. Gli hanno chiesto nuove e sottintese responsabilità: non è a cuor leggero, infatti, che in una democrazia si allunga così tanto una carica già di per sé non breve. È una legittimazione forte quella che Mattarella ha ottenuto e che ora deve far valere: non solo il riconoscimento di essere l'asse di equilibrio di un sistema fragile e diviso, ma quasi un invito a continuare quel lavoro iniziato una domenica di febbraio dell'anno scorso. Fu giusto un anno fa, infatti, che, di fronte a un'altra impasse del sistema, il Capo dello Stato fece un appello a tutti i partiti e si "inventò" la soluzione Draghi. Da allora di strada ne è stata fatta tanta, pur fra innegabili (inevitabili e direi anche proficue) conflittualità fra partiti tanto diversi fra loro. E si può dire che l'Italia si sia rimessa in carreggiata. Aver pensato però che quel lavoro, in alcuni punti solo abbozzato, possa ora procedere per forza inerziale, quasi come se alla guida ci possa essere un "pilota automatico", è stato un errore o un'ingenuità da parte dell'attuale premier. Altre parole, forse, dovevano essere usate in quella conferenza stampa prenatalizia in cui non ha nascosto l'ambizione (legittima) di succedere a chi lo ha chiamato a Palazzo Chigi un anno fa. Non era il momento per questo "trasloco", come in molti avrebbero voluto, a cominciare da Enrico Letta, né per esperimenti politici diversi. CONGELARE TUTTO Il fatto è che, se muovi oggi una pedina, il rischio concreto è che venga giù tutto l’edificio. È risultato altresì evidente in questi giorni che, senza la sponda di Mattarella, Draghi difficilmente avrebbe potuto continuare il suo lavoro: simul stabunt simul cadent. Congelare tutto è risultato perciò a un certo punto inevitabile, in un’ottica almeno di interesse nazionale. Lo si è capito dopo una settimana in cui altri equilibri sono stati cercati, certamente più consoni a una normale dialettica democratica. Il fatto che si siano consumati uno dopo l’altro dimostra, anche da questo punto di vista, che il tempo della “normalità” non è ancora arrivato. Dobbiamo farcene una ragione senza però arrenderci. Va dato atto a Matteo Salvini di aver tratto queste conclusioni rapidamente dopo che, non per colpa sua, aveva girato a vuoto per giorni interi. Il leader della Lega non si è dato pace in questo frangente: si è mosso freneticamente alla ricerca di una soluzione che rimettesse al centro la politica e, nello stesso tempo, garantisse le istituzioni. Le ha tentate tutte: dalla proposta di una rosa di centrodestra di nomi di spessore e “alto profilo”alla pista di “tecnici”autorevoli e riconosciuti. Di fronte alla opposizione pregiudiziale della sinistra, e in particolare del Pd, ha persino tentato (legittimamente come mostra la storia repubblicana) una soluzione di parte ma lo ha fatto scegliendo un nome di assoluta garanzia istituzionale: la Casellati è nientemeno che la seconda carica dello Stato e l’aria di sufficienza con cui la sinistra ha accolto la sua candidatura è stata nel suo caso assolutamente fuori luogo. Fallito anche questo tentativo, Salvini si è trovato di fronte a una non facile alternativa: o tener duro e salvare l’unità del centrodestra con una Giorgia Meloni tutta protesa verso le elezioni anticipate, ma con il rischio di mandare all’aria il governo, la stabilità e la ripresa del Paese in corso; oppure mostrare quel senso istituzionale che gli avversari non hanno e favorire la rielezione di Mattarella per il bene dell’Italia. La quale ha necessità di continuare sulla via delle riforme,anzi di radicalizzarle: da una riforma vera della giustizia a una riforma dello Stato e della legge elettorale solo un governo forte, garantito da un Capo dello Stato altrettanto forte, può vincere resistenze e sfondare i muri della conservazione, dare garanzie. Da oggi Mattarella ha tutta la legittimazione e l’autorevolezza per agire in questa direzione. Il Mattarella bis non potrà e non dovrà essere un normale e tranquillo settennato presidenziale.

1 commento:

  1. Chiuso, dopo una settimana ad altissima tensione, il dossier Quirinale, il leader dem Enrico Letta si prende un giorno di pausa e si limita a celebrare in un tweet le «buone notizie per l'Unione europea» che arrivano da Italia e Portogallo. Da una parte la conferma di Sergio Mattarella, dall'altra la vittoria schiacciante del socialista (moderato) Antonio Costa.

    Intanto Matteo Renzi, sorvolando lo scontro durissimo con lo stesso segretario Pd sul caso Belloni, nella notte di venerdì, celebra una ritrovata intesa con Letta: «Sui temi di fondo - dice al Corriere della sera - siamo sempre dalla stessa parte. Enrico si è tranquillizzato quando ha capito che non avrei mai fatto asse sulla Casellati, mentre in tanti pensavano che la avrei votata per fare io il presidente del Senato». Poi celebra la «clamorosa sconfitta dei sovranisti alla Salvini e dei populisti alla Conte», che apre «un periodo molto interessante nella politica italiana». Il leader di Italia viva pensa al rimescolamento che, dai cocci dello scontro sul Colle, può prendere il via negli schieramenti, mentre «Draghi a Palazzo Chigi e Mattarella al Quirinale» hanno il compito di assicurare «stabilità» al paese.

    Per il Pd, però, la situazione è più difficile: dopo aver puntato a lungo sull'alleanza con i Cinque stelle, e sull'interlocuzione con la traballante leadership dell'ex premier grillino, Letta guarda con allarme all'implosione del partito di maggioranza relativa, e alla guerra fratricida che si è aperta lì dentro. Il leader dem non ha ancora mai preso le distanze o criticato apertamente Conte, ma tra i suoi diversi cominciano a farlo. Il più esplicito è Andrea Marcucci, che prende chiaramente le parti di Luigi Di Maio, su cui si è abbattuto un vero e proprio linciaggio da parte dell'asse pro-Conte ispirato da personaggi del calibro di Travaglio, Casalino e Di Battista: «Apprezzo l'equilibrio e il buon senso del ministro degli Esteri, che ha la capacità di essere un alleato affidabile e solido ed è vittima di attacchi sconsiderati». A differenza di un Conte tornato «a tratti giallo-verde», ossia alleato di Salvini, e di cui «non ho capito le mosse». Il Pd, è il messaggio, guardi al centro e supporti Di Maio, lasciando perdere un interlocutore che si è dimostrato infido. Anche il governatore emiliano Stefano Bonaccini accusa (senza nominarlo) Conte di aver provocato «un cortocircuito» sul Quirinale, e avverte che M5s deve «fare una scelta di campo chiara». La preoccupazione, non detta, è che l'odio per Mario Draghi porti il suo (illacrimato) predecessore a tentare di terremotare il governo, rialleandosi con la destra sovranista. «Ormai Conte è una mina vagante, che errore averlo inseguito e puntellato così a lungo», sospira una parlamentare Pd.

    La annunciata pace con Renzi è per Letta una scelta quasi obbligata: in attesa di capire dove porterà il big bang pentastellato, il quadro delle alleanze va ripensato e «dobbiamo cercare di costruire una nuova intesa con centristi e moderati: non solo Italia viva, ma anche pezzi di centrodestra che non vogliono morire salvinisti», dice un dirigente dem. Anche per questo cresce nel partito di Letta, che nel merito non si è ancora sbilanciato, la spinta trasversale verso un proporzionale «alla tedesca», con sbarramento al 5%. «Bisogna fare presto e bene, si è aperto uno spazio di discussione assai più ampio», dice Alessandro Alfieri. Ma è proprio sul fronte della legge elettorale che la tregua con Iv rischia di rompersi. «La legge elettorale non è una priorità», taglia corto il renzianissimo Marco Di Maio. E avverte: «Ci mancherebbe che si creassero difficoltà al presidente Draghi perché i partiti si mettono a discutere di proporzionale sì o no».

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