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venerdì 2 dicembre 2022

Perché il Pd, da quando è nato, non è mai riuscito a vincere le politiche ❓Il PD perde perché s’è perso❗⬇️⬇️⬇️

https://www.bolognatoday.it/video/rissa-stazione-bologna-video.html
https://www.bolognatoday.it/video/rissa-stazione-bologna-video.html https://fb.watch/haCscUoaui/ Rifondazione, rigenerazione e scioglimento. Sono queste le parole che circolano dopo la rovinosa sconfitta elettorale del Partito democratico, che è giunto al suo minimo storico ottenendo alla Camera meno di 5 milioni e mezzo di voti, pari al 19,1%. Nel 2008 erano stati 12 milioni, pari al 33,2%. La disfatta dem, per essere interpretata in tutta la sua gravità, va dunque inserita in un contesto di lungo periodo. Perché il Pd da quando è nato non è mai stato in grado di vincere le elezioni politiche. Dal 2007, anno di fondazione, al massimo, è riuscito a pareggiarle. Nel 2008 il neonato Pd perse nettamente la sfida elettorale con Silvio Berlusconi. La coalizione di Veltroni si fermò al 37,5%, contro un centrodestra arrivato al 46,8. Poi, crollato il governo del Cavaliere nel 2011, il Pd è entrato in tutte le maggioranze che si sono formate negli anni successivi: governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte II e Draghi. Ad eccezione dell'esecutivo giallo-blu composto da Lega e Movimento 5 stelle. Di particolare rilievo, da una prospettiva politica, è il pareggio elettorale del 2013, quando Bersani riuscì a non vincere le elezioni contro un Berlusconi che era stato affossato dagli scandali e dalla caduta del suo ultimo governo. Anche nel 2018 e nel 2022 i dem hanno registrato altre prestazioni lontane anni luce dalla vocazione maggioritaria delle origini. Peraltro, perdendo consensi anche nelle tradizionali aree rosse, che da sempre erano state roccaforti della sinistra. Nel 2018 il Pd di Renzi, fermatosi al 18,8%, fu nettamente scavalcato dal Movimento 5 stelle, giunto a un clamoroso 32,7%. Il recente tracollo di Letta ha un sapore simile, anche perché il suo Pd ha ottenuto meno voti rispetto a quello renziano. Ed è stato sostanzialmente umiliato dal destra-centro. Una serie di sconfitte di questo genere dimostra il fallimento complessivo del progetto dem. L'incapacità di vincere le elezioni rivela l'assenza di un partito solido, di un'identità e porta anche alla luce tutti i limiti della fusione a freddo tra gli ex comunisti e gli ex democristiani di sinistra. L'unica vocazione per i dem è stata quella per il potere, considerato che, malgrado le tante sconfitte, sono sempre stati al governo. Lontananza dagli elettori ma grande abilità nelle manovre di Palazzo, come riconosciuto da Achille Occhetto che ha parlato di malattia governista. Non è dunque un caso che a quasi quindici anni dalla fondazione del Pd il dibattito sia ancora una volta incentrato sull'analisi della sconfitta, sulle parole chiave della sinistra e sulla sua identità. Un eterno ritorno che conferma tutti i limiti di un partito che non è mai stato davvero competitivo. Infine ha sempre pesato negativamente ed inopportuno, specialmente ultimamente, il fatto che il PD predilige, si interessa a difesa e dà priorità politica a temi come l'accoglienza indiscriminata e incontrollata di migranti, l'eutanasia, l'equiparazione delle nozze Gay, l'utero in affitto, il ddlZan, le adozioni di bambini da parte delle coppie LGBT, la tolleranza, la giustificazione e la difesa degli ormai numerosissimi e non più tollerabili episodi di violenza, di spaccio, di furti, di sopraffazione, di rapine, di intimidazioni, di occupazione abusive e di stupri commessi impunemente, ogni giorno in ormai tutte le città e comuni italiani, da parte di migranti e clandestini, che hanno reso le città italiane insicure e piene di pericoli per i cittadini, che lamentano e denunciano inascoltati e indifesi queste violenze, questa insicurezza e questa invivibilità.⬇️⬇️⬇️⬇️⬇️⬇️⬇️⬇️ https://www.bolognatoday.it/video/rissa-stazione-bologna-video.html https://fb.watch/haCscUoaui/

venerdì 22 luglio 2022

Mario #Draghi #smascherato, la sua scelta col #PD: ecco il suo #vero #obiettivo

Mario Draghi smascherato, la sua scelta col Pd: ecco il suo vero obiettivo
Antonio Socci 22 LUG 2022 Il caos in cui governo e Parlamento si sono ritrovati nelle ultime ore obiettivamente deriva dagli errori di Mario Draghi che è andato incontro a una disfatta: si può essere abili banchieri, ma non si è automaticamente degli statisti. Le sue sgrammaticature politiche sono state palesi e clamorose. Anzitutto le dimissioni di giovedì scorso. Il Parlamento gli aveva dato la fiducia (ampia), ma il premier è andato a dimettersi per «il venir meno della maggioranza di unità nazionale». Cosa era accaduto? Il M5S non aveva partecipato al voto sulla fiducia. La maggioranza c'era lo stesso, ma Draghi ha affermato che lui non intendeva guidare il governo se non c'era, a sostenerlo, la stessa coalizione con cui è nato. Le sue dimissioni - dopo la fiducia del Parlamento - sono state per molti (anche all'estero) un gesto incomprensibile, oltretutto in un momento che tutti dicono delicato e drammatico per il Paese e per il mondo. Che poi il premier abbia accettato di presentarsi alle Camere ha fatto pensare a una possibile marcia indietro, secondo il solito costume italico. In ogni caso ha dimostrato che le dimissioni erano state una decisione avventata. CAMPO LARGO Questi due fatti - il mancato voto da parte del M5S e le dimissioni di Draghi - sono all'origine di tutto ed è bene sottolinearlo perché da parte del Pd - e del partito mediatico - c'è stato e ci sarà il tentativo di attribuire la crisi al Centrodestra, per cercare di salvare il "campo largo" con il M5S. Ma questa è propaganda. Riprendiamo la narrazione degli eventi. Una volta rinviato alle Camere da Mattarella, Draghi ha sostanzialmente perso i cinque giorni che, per il Capo dello Stato, dovevano servire a chiarire la situazione. Anche la richiesta, avanzata da Lega e Forza Italia, di una verifica nella coalizione di governo puntava al chiarimento, ma non è stata nemmeno considerata dal premier. Il quale in questi giorni non ha tentato nessuna iniziativa, mentre qualcuno attivava il penoso circo delle petizioni e delle manifestazioni dei quattro gatti in piazza, presentati come folle oceaniche. Persi i giorni utili, Draghi ieri si è presentato al Senato con un discorso disastroso e paradossale. Infatti era in Parlperché il M5S non aveva votato la fiducia, ma nel suo discorso ha preso a sportellate il Centrodestra di governo. Soprattutto la Lega, ma anche Forza Italia (per esempio su catasto e giustizia). Un discorso durissimo, quasi un diktat, l'opposto di quello che avrebbe dovuto fare per ricucire la sua maggioranza. Aver bersagliato così pesantemente e ingiustamente il Centrodestra ha avuto l'effetto, nell'immediato, di alleggerire la posizione del M5S e facilitare la ripresa di un suo dialogo con il Pd. Che infatti ieri, ad un certo punto, si è riattivato con un incontro dei vertici. Qualcuno ha ricordato che nelle scorse ore Draghi aveva incontrato Letta (un faccia a faccia che doveva restare riservato) e questo ha suscitato il sospetto che il premier stesse lavorando per essere "sfiduciato" dal Centrodestra in modo da far dimenticare le sue dimissioni e da alleggerire le responsabilità del M5S, propiziando la sua futura alleanza elettorale con il Pd. Tuttavia bisogna riconoscere che, in serata, la replica di Draghi, breve e stizzita, ha "bastonato" soprattutto il M5S. Forse perché il premier non conosce la grammatica politica e, invece di smussare e cercare elementi comuni di conciliazione, è andato all'attacco di tutti per ottenere la resa dai partiti. Oppure voleva solo e ostinatamente andarsene. Potrebbe aver distribuito "ceffoni" a destra e a manca per non essere a Palazzo Chigi quando arriverà l'autunno caldissimo. C'è anche chi ritiene che la replica sia stata sferzante con il M5S per ottenere indirettamente quello che la Lega e Forza Italia avevano chiesto, ovvero lo sganciamento definitivo del M5S e un nuovo governo. Ma questo è inverosimile. Forse è vera la spiegazione più semplice: voleva la sottomissione di tutti per proseguire come un uomo solo al comando. PROPOSTA RAZIONALE Peraltro la proposta di Lega e Forza Italia, di un nuovo governo senza più il M5S, guidato da Draghi, che il centrodestra ha rilanciato anche dopo il duro intervento del premier, era la cosa più razionale e realistica. Perché era stato proprio Draghi, giovedì scorso, ad affermare che la decisione del Movimento 5 stelle ha rotto il «patto di fiducia» che era alla base del governo di unità nazionale. Tanto è vero che la stessa Italia Viva di Renzi ha lanciato una petizione in cui aveva chiesto la stessa cosa («un programma chiaro su pochi punti» con «un governo di persone di sua stretta fiducia»). Di fronte al centrodestra disponibile a far nascere un suo nuovo governo, Draghi ha risposto picche, lanciando l'ennesima sfida, perché ha fatto mettere ai voti la risoluzione presentata da un eletto nelle liste del Pd. Così voleva isolare il centrodestra ed è finito isolato lui con il Pd. Ha finito per dare la sensazione di essersi schierato da una parte. Infatti ha bastonato tutti eccetto il Pd (che pure aveva preso varie iniziative destabilizzanti). In qualche modo, almeno fino alla replica, l'azione del premier ha di fatto favorito il riavvicinamento fra M5S e Pd. Del resto il programma che ha esposto non è certo per cinque mesi. Va ben oltre. C'è forse un Draghi nel futuro? Il suo nome spunterà nella campagna elettorale della Sinistra?