lunedì 9 marzo 2020

Culle vuote e barconi pieni!!! Gli italiani fra 50 anni? O meticci o scomparsi!!!!!!!

Per vent’anni abbiamo pensato che gli immigrati fossero utili al nostro sistema produttivo. E invece ci siamo sbagliati. Sono indispensabili. Senza di loro, tempo che i bambini di oggi finiranno l’università, noi italiani potremo esserci ridotti a 55 milioni, ben il 10 per cento in meno. Altri vent’anni e saremo solo 45 milioni, più o meno come alla fine della Seconda guerra mondiale. Una decimazione.

I demografici, gli statistici e perfino i burocrati lo sanno da almeno un decennio. Noi lo stiamo scoprendo in questi giorni, complice la questione migratoria: l’Italia come la definivano i nostri padri è in via di estinzione. Il compito di salvarla spetterà ai nuovi arrivati, provenienti sempre meno dall’est Europa e sempre più dal continente africano. Dati e statistiche alla mano e scopriamo perché.

MENO FIGLI DA MEZZO SECOLO

Innanzitutto siamo la nazione più vecchia d’Europa. Gli ultra 65enni sono oggi il 22 per cento della popolazione e, senza l’iniezione di giovani immigrati, sfiorerebbero il 40 per cento tra trent’anni anziché fermarsi a un più sostenibile 30 per cento (un numero comunque enorme: erano l’8 per cento al tempo delle Olimpiadi di Roma, nel 1960).

Ad aumentare velocemente il numero dei bastoni nei bar non è soltanto il progressivo allungamento della vita ma anche la nostra crescente infertilità. Con una media di 1,39 figli per donna, siamo oggi ben al di sotto dei due figli per madre necessari a mantenere costante il livello della popolazione. E pensare che riempivamo quasi due culle e mezzo ancora quarant’anni fa. La riduzione della natalità non è infatti un fenomeno di oggi ma una tendenza in atto dalla metà degli anni Sessanta. Alla fine degli anni Ottanta, di conseguenza, si era ridotto il numero di donne in età fertile. E negli anni Novanta morivano già più italiani di quanti non ne nascessero.



Allora perché sono due decadi che stentiamo a integrare coloro senza i quali non avremmo un settore edile e a fatica un’industria manufatturiera? Perché non abbiamo messo sotto accusa l’assenza di un sistema strutturato di accoglienza selettiva ma legale dei migranti invece di subire per anni la retorica politica delle “sanatorie” che faceva sembrare temporanea una questione che è invece strutturale? E perché non abbiamo obbligato la politica a coniare una struttura di aiuto alla famiglia, senza cui la maternità multipla diventa sacrificio, anziché fingere che bastasse la rete familiare, di fatto costringendo le donne a non fare figli per poter lavorare?

Forse perché «l’immigrazione obbliga gli Stati a pensare alla propria identità», sottolinea il demografo Giampiero della Zuanna. Un esercizio mai facile, ancor meno quando è più semplice trovare un capro espiatorio che educare un popolo conservatore come il nostro all’inevitabilità del suo futuro: quello di nazione multietnica all’interno di un continente multietnico. Il rapido invecchiamento della popolazione e il drastico crollo delle nascite sono andati di pari passo con l’aumento del tasso di globalizzazione dell’economia. Per anni merci e capitali si sono mossi velocemente alla ricerca di opportunità. Adesso, e sempre di più, lo stanno facendo anche le persone che si dirigono dove sperano di trovare migliori chance di vita. Inevitabile che tra quarant’anni la prospera Europa sarà culturalmente, religiosamente e linguisticamente più variegata degli Stati Uniti.

La Germania, demograficamente a noi simile e addirittura infeconda più di noi, l’ha capito un po’ prima. Vero è che nel ‘93, sotto le crescenti spinte xenofobe, Berlino aveva addirittura cambiato un articolo della Costituzione per limitare l’accesso all’asilo politico, ma intanto stampa e politica lavoravano sottotraccia per spiegare l’utilità sociale ed economica dei nuovi arrivi. Tanto che nel 1999 il governo varò le leggi che garantivano il diritto di cittadinanza a tutti i nati sul suo territorio (ius soli) e oggi può accogliere 800 mila profughi siriani senza scatenare rivolte interne.

L’UNICA STRADA PER EVITARE IL DECLINO

Con il marcato calo demografico il pericolo immediato non è tanto la sparizione dell’Italia quanto un suo impoverimento economico causato sia dalla mancanza di manodopera sia dai sempre più elevati costi di mantenimento della popolazione anziana. I demografi lo chiamano tasso di dipendenza (degli anziani dalla popolazione in età lavorativa). Rende un’idea di quanti cittadini attivi si fanno carico dei più vecchi. Se oggi noi italiani abbiamo tre cittadini in età da lavoro per ogni over 65, tra vent’anni finiremo per averne solo due. Un bel problema: non solo la nostra ricchezza lorda (Pil) subirà una sforbiciata dello 0,2 per cento ma, a dispetto di qualsiasi manovra e di qualunque sciopero, finiremo per non avere abbastanza lavoratori che possano pagare pur magre pensioni ai nostri figli.

La soluzione, anche se solo per un altro mezzo secolo, avvertono i demografi, l’abbiamo tutti i giorni davanti ai nostri occhi: si chiama Nicolau, Ahmed, Peace. Sono loro che nel 2013 hanno contribuito per il 95 per cento alla crescita della popolazione a fronte di un misero 5 per cento fornito dalle nuove nascite. Si tratta di un dato a cui ci dobbiamo abituare perché saranno gli immigrati a contribuire alla crescita del popolo italiano in misura sempre più rilevante per i prossimi vent’anni. I dati Eurostat indicano che l’Italia “importerà” tra le 300 e le 400 mila persone l’anno almeno fino al 2040. Saranno anni in cui il numero dei cittadini stranieri o di origine straniera salirà dall’attuale 8,3 per cento a poco meno di un terzo dell’intera popolazione italiana. Sarà straniero o di origine straniera un ragazzino italiano su due e un cittadino con meno di 40 anni su tre. Oggi una classe elementare composta soltanto da bambini di origine straniera fa notizia: domani sarà quasi la normalità.

Grazie a questa trasformazione demografica di dimensioni epocali, tra quarant’anni noi italiani potremmo ritrovarci a quota 66 milioni anziché scendere a 45 milioni (dagli attuali 61) come rischieremmo se sigillassimo i confini. Si tratta di milioni di cittadini in più che, se debitamente integrati, ci aiuteranno a tenere in vita la nostra macchina produttiva e a permettere ai vecchi di non morire in fabbrica. Il tasso di attività degli immigrati rispetto ai locali è infatti particolarmente positivo in Italia, anche rispetto alla media europea. A stare ai dati della Fondazione Leone Moressa, il 72 per cento degli immigrati extra Ue ha un lavoro remunerato a fronte a solo il 67 per cento degli autoctoni. Un dato che ha tenuto anche durante gli anni di crisi.


La spiegazione è abbastanza semplice: la maggioranza dell’occupazione che il nostro Paese offre è qualitativamente povera e a basso grado di scolarizzazione. Gli italiani preferiscono aspettare piuttosto che accettare un’occupazione non in linea con le proprie caratteristiche professionali. I più preparati lasciano l’Italia e si dirigono verso Paesi, come l’Inghilterra, che offrono opportunità di impiego più sofisticate o stipendi maggiori: a prendere un aereo sono stati 45 mila italiani nel 2013 e 91 mila l’anno scorso. Al contrario, chi ha rischiato la vita in mare con pochi soldi e un bambino tra le braccia per sfuggire a un destino di guerra o estrema povertà non si ferma di fronte a una remunerazione insufficiente o a un lavoro faticoso. Nei settori industrialmente in declino o privi di prospettive di carriera gli immigrati sono infatti uno su tre, a differenza che nei settori lavorativi ad alto tasso di sviluppo dove sono soltanto uno su sette.

Certo, rimane il problema della qualità scolastica e professionale degli immigrati che scelgono l’Italia come destinazione. È mediamente inferiore a quella di chi si dirige verso il resto d’Europa (con l’eccezione della Grecia), elemento che alla lunga potrebbe avere riflessi sulla nostra competitività. Il problema però non sta tanto negli immigrati quanto negli italiani. Il nostro Paese ha la più bassa incidenza di laureati dei paesi dell’Unione: meno del 15 per cento rispetto a una media del 25 per cento, sintomo di un’economia poco fondata su scienza e innovazione e di una classe dirigente non adeguatamente preparata. E siccome tra simili ci si sceglie, ecco che solo il 9,5 per cento degli immigrati in Italia ha una laurea: a fronte, ad esempio, del 48 per cento di chi si stabilisce in Inghilterra o del 20 per cento di chi sceglie la Germania come nuova patria.

CHE INVIDIA PER IL WELFARE FRANCESE

L’Italia non è un’eccezione in Europa. A differenza degli Stati Uniti, l’intero Continente è sulla strada del tramonto demografico. A metà degli anni Sessanta ha cominciato a fare meno figli e a farli sempre più tardi. Nel 2013 l’età media era 30 anni e il numero di figli, complici le difficoltà economiche che hanno messo in crisi la piccola ripresina demografica dei primi anni Duemila, si aggirava intorno ad uno e mezzo per donna. «Perfino il termine con cui si descrive l’assenza di figli è cambiato in questi anni: child-free e non più child-less», sottolinea Golini: «Quasi a giustificare l’assenza di neonati nelle famiglie come un fattore di modernità e non un problema come invece è».

All’interno del Vecchio Continente però ci sono delle differenze importanti che dovrebbero fare riflettere chi si accinge ad elaborare la politica dei prossimi anni. Mentre dei cinque paesi più popolati, Italia e Germania sono quelli con un tasso di natalità altamente negativo e dunque hanno disperato bisogno di immigrati (per la Spagna il problema si porrà con almeno una decade di ritardo ma in termini altrettanto drastici), Francia e Inghilterra sono demograficamente autosufficienti.

In Inghilterra sono trent’anni che la differenza tra numero di immigrati e di emigrati è positiva. In Francia - caso unico tra i paesi sviluppati - il tasso di natalità è rimasto costante nei 40 anni passati. Oggi, con una quota di cittadini stranieri del dieci per cento, soltanto un punto e mezzo percentuale più di noi, la Francia non ha bisogno di nuovi arrivi. Non è un caso. Dal Dopoguerra in poi l’Esagono ha puntato sul consumo interno e non sulle esportazioni (come Italia e Germania) per la crescita della propria economia, e ha fatto in modo che i consumatori non venissero meno. Ben il 4 per cento del suo Pil va annualmente in aiuti alle famiglie sotto forma di trasferimenti monetari e generosi programmi di welfare per tutti i bambini con meno di tre anni. Risultato: le donne francesi sono le più prolifiche del Vecchio Continente.

UN MILIARDO DI AFRICANI IN PIÙ

L’attuale fabbisogno di immigrati non durerà per sempre. Tra circa venti o trent’anni comincerà ad attenuarsi. «Gli immigrati per quanto giovani non sono dei neonati e anche loro invecchiano», sorride Elena Ambrosetti, demografa dell’Università La sapienza di Roma: «Si arriverà a un punto in cui, immigrati o no, il numero degli italiani diminuirà comunque. Senza contare che una società non riesce a integrare un numero eccessivo di nuovi arrivati». Soprattutto se culturalmente non omogenei.

Fino ad oggi i nostri immigrati provenivano soprattutto dai paesi dell’Est Europa (rumeni in testa) e dal Nord Africa (soprattutto marocchini). Le ondate immigratorie dei prossimi decenni - al netto degli imprevisti della Storia come la guerra siriana - saranno soprattutto di matrice subsahariana e numericamente più rilevanti che in passato. Per rendersene conto basta guardare all’enorme delta demografico che separa l’Europa e dall’Africa.

Il Continente Nero avrà entro il 2050 circa un miliardo di persone in più a fronte di un’Europa che rischia di perdere il 16 per cento della sua popolazione. Oggi i giovani tra i 25 e i 29 anni - la classe di emigranti per definizione - sono 51 milioni in Europa e 95 in Africa. Tra solo vent’anni saranno 41,12 milioni in Europa e ben 151 milioni in Africa; fra trent’anni 40,9 milioni in Europa e 186 in Africa. Il loro sbocco naturale, soprattutto se l’Africa non avrà compiuto il tanto atteso balzo in avanti in termini economici, saranno le sponde del Mediterraneo. «Si tratta di cifre folli di adulti con bambini», avvertono i demografi, praticamente in coro: «È ora di pensare a che tipo di società si vuole e cominciare a prendere provvedimenti per tempo».

D’altronde sono dieci anni che la Commissione europea, a fronte dell’invecchiamento progressivo del Continente e dei sempre maggiori flussi migratori da cui è investito, ribadisce alcune indicazioni di base: primo, una profonda riforma del sistema pensionistico volta a garantire l’equità intergenerazionale; secondo, un massiccio investimento degli Stati membri in un sistema efficiente di accoglienza e integrazione dei migranti; terzo, politiche fiscali volte a conciliare la vita professionale e privata delle famiglie così da rinverdire il tasso di fertilità nazionale. Il mix tra queste tre diverse politiche darà vita alle società di domani. Occuparsene subito significa presentarsi preparati all’appuntamento con il proprio futuro. Per non restarne travolti.


13 commenti:

  1. SI PRENDONO CASA NOSTRA: 180MILA CASE POPOLARI A IMMIGRATI
    MARZO 5, 2020 VOX LASCIA UN COMMENTO
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    La grande ingiustizia. Questi vengono in Italia e si prendono le nostre case popolari, costruite in decenni di sacrifici dagli italiani.

    In pochi anni sono già riusciti a superare il 12,8% del totale. Questo perché nei comuni Pd riescono a prendersi oltre il 50% delle nuove assegnazioni.

    Ad oggi, ci sono oltre 180mila case popolari italiane dove vivono stranieri: è intollerabile.

    Questo avviene mentre ci sono centinaia di migliaia di italiani in attesa di una casa e, ancora peggio, alcune decine di migliaia che vivono per strada.

    Un inquilino su quattro delle case popolari umbre è straniero. E il trend è in continua crescita visto che l’85 per cento dei futuri assegnatari di alloggi Ater fa capo proprio ad immigrati che occupano saldamente le posizioni più alte delle graduatorie. E’ quanto emerge tra le pieghe del bilancio di fine mandato (in Umbria ora il PD non governa più ndr) illustrato l’altra mattina a Terni dal presidente dell’azienda territoriale per l’edilizia residenziale, Alessandro Almadori.

    L’Ater Umbria, nata nel 2011 dalla fusione delle due aziende di Perugia e Terni, ha 10 mila abitazioni di proprietà e nove su dieci sono rappresentate da alloggi a canone sociale o concordato. In totale sono 25 mila i cittadini che pagano il canone di locazione all’Ater, ma sono molti di più quelli che vorrebbero farlo al più presto. Il conto è presto fatto se si considera che ci sono 1.400 domande in graduatoria e, nei posti più alti, ci sono proprio le famiglie straniere che vantano requisiti migliori rispetto agli altri. Per l’esattezza in provincia di Terni le richieste in lista d’attesa sono 550 contro le 850 di quella di Perugia.

    Numeri simili in tutte le regioni finora governate dal PD.


    Ma è idiozia pensare che sia un fatto immutabile: tutt’altro. Basta fare come i sindaci leghisti e istituire la clausola sui beni all’estero e, come accaduto a Cascina, Sesto San Giovanni e sempre più città italiane, le graduatorie vengono purgate da ‘loro’.

    Perché non è normale che le case popolari vadano nell’85% dei casi a stranieri. Anzi, non sarebbe normale che nemmeno una lo fosse, per motivi evidente: ci viene deve essere una risorsa, non un peso. Il welfare serve ai nostri poveri, anziani e alle nuove famiglie.

    E allora: siamo certi che la nuova giunta leghista, al di là di alcuni estemporanei personaggi, persegua la stessa strada.

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  2. Attenzione attenzione attenzione!!!Rassegna stampa interessante e con molte notizie che non non ci vengono dette! Ecco il link e buona lettura a tutti!! Sergio de Berardinis di Sky App informazioni: https://voxnews.info/author/admin/

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  3. Attenzione attenzione attenzione!!!Rassegna stampa interessante e con molte notizie che non non ci vengono dette! Ecco il link e buona lettura a tutti!! Sergio de Berardinis di Sky App informazioni: https://voxnews.info/author/admin/

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  4. Dopo quasi quindici giorni di tregua, coincisa di fatto con l’esplosione dell’emergenza coronavirus, oggi si è verificato il primo sbarco di migranti nel nostro paese in questo mese di marzo.


    Un barcone con 26 persone a bordo è stato intercettato e fatto sbarcare a Lampedusa, dove si è attivata la macchina sanitaria e dei soccorsi. Una volta arrivati a terra, il sindaco dell’isola Totò Martello ha provveduto a disporre per tutti i migranti la quarantena: “Non vedo altre soluzioni possibili – ha dichiarato il primo cittadino, così come riferito dall’AdnKronos – Abbiamo il dovere di tutelare la salute pubblica. Nel corso della quarantena ciascuna delle persone ospitate nel Centro di accoglienza sarà monitorata dal punto di vista sanitario”.

    L’isolamento dei 26 migranti sarà tenuto all’interno del locale hotspot di contrada Imbriacola, per fortuna vuoto visto l’azzeramento degli sbarchi nelle ultime settimane. Lo stabile ha una capacità di 90 posti letto, dunque per il momento non dovrebbero esserci grossi problemi per far rispettare la quarantena.

    Il pericolo riguarderebbe invece possibili nuove impennate, anche minime, dei flussi migratori nei prossimi giorni. I lampedusani temono, guardando il sole quasi primaverile di oggi, che le belle giornate potrebbero favorire una ripresa degli approdi sull’isola nonostante l’emergenza sanitaria. In un momento come quello attuale, anche un tenue aumento del numero degli approdi potrebbe significare per Lampedusa notevoli difficoltà.

    Al momento sono due, esclusa la situazione odierna verificatasi sull’isola delle Pelagie, i casi di migranti messi in quarantena. Il primo riguarda le persone sbarcate il 23 febbraio scorso a Pozzallo dalla nave Ocean Viking, il secondo invece è inerente ai 194 migranti messi in isolamento in una ex caserma dismessa di Messina dopo essere approdati con la Sea Watch 3 nella città siciliana.

    Per l’Italia, la gestione di eventuali ondate di migranti risulterebbe molto complicata visto che il nostro paese è alle prese con una delle più gravi emergenze sanitarie della sua storia recente. L’azzeramento totale degli approdi, accertato fino ad oggi, ha in qualche modo dato respiro dal punto di vista logistico alle forze dell’ordine che anche in Sicilia e nelle regioni del sud, dove avvengono la stragrande maggioranza degli sbarchi, sono impegnate nel far rispettare le disposizioni contro il virus.

    Sempre sul fronte migratorio, così come raccontato nei giorni scorsi su IlGiornale, per adesso nessuna nave Ong dovrebbe prendere il largo: non solo le quarantene imposte nei giorni scorsi agli equipaggi di Sea Watch 3 ed Ocean Viking, ma anche la situazione attuale sempre più grave sul fronte coronavirus, sta impedendo ai membri delle organizzazioni di organizzarsi logisticamente.

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  5. Un inquilino su quattro delle case popolari umbre è straniero. E il trend è in continua crescita visto che l’85 per cento dei futuri assegnatari di alloggi Ater fa capo proprio ad immigrati che occupano saldamente le posizioni più alte delle graduatorie. E’ quanto emerge tra le pieghe del bilancio di fine mandato (in Umbria ora il PD non governa più ndr) illustrato l’altra mattina a Terni dal presidente dell’azienda territoriale per l’edilizia residenziale, Alessandro Almadori.

    L’Ater Umbria, nata nel 2011 dalla fusione delle due aziende di Perugia e Terni, ha 10 mila abitazioni di proprietà e nove su dieci sono rappresentate da alloggi a canone sociale o concordato. In totale sono 25 mila i cittadini che pagano il canone di locazione all’Ater, ma sono molti di più quelli che vorrebbero farlo al più presto. Il conto è presto fatto se si considera che ci sono 1.400 domande in graduatoria e, nei posti più alti, ci sono proprio le famiglie straniere che vantano requisiti migliori rispetto agli altri. Per l’esattezza in provincia di Terni le richieste in lista d’attesa sono 550 contro le 850 di quella di Perugia.

    Numeri simili in tutte le regioni finora governate dal PD.


    Ma è idiozia pensare che sia un fatto immutabile: tutt’altro. Basta fare come i sindaci leghisti e istituire la clausola sui beni all’estero e, come accaduto a Cascina, Sesto San Giovanni e sempre più città italiane, le graduatorie vengono purgate da ‘loro’.

    Perché non è normale che le case popolari vadano nell’85% dei casi a stranieri. Anzi, non sarebbe normale che nemmeno una lo fosse, per motivi evidente: ci viene deve essere una risorsa, non un peso. Il welfare serve ai nostri poveri, anziani e alle nuove famiglie.

    E allora: siamo certi che la nuova giunta leghista, al di là di alcuni estemporanei personaggi, persegua la stessa strada.

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  6. Ormai è una fissazione. W lo straniero e dagli giù all’italiano, ma che si debbano pagare i nostri connazionali per andarsene mentre manteniamo chi viene dal terzo e quarto mondo è un altro di quei film che capitano solo da noi. Tanto più se utilizzando quei fondi europei che ci mancano sempre. Regista, la solita regione Toscana.
    Girala come vuoi siamo all’Oscar del ridicolo. Peraltro siamo anche esposti di molto con l’Unione europea, a cui diamo molti più quattrini di quanti ne riceviamo. La proverbiale generosità tricolore. Ma già che ci siamo, quei pochi e maledetti euro ci prendiamo anche il lusso di farli volatilizzare, non sia mai servissero a qualcosa di buono in Patria.

    Paghiamo i nostri figli per andarsene
    Tra i denari che passano la frontiera ci sono diversi soldini che servono a finanziare, per il tramite del Fondo sociale europeo, l’occupazione e la formazione professionale. Da un bando della regione Toscana abbiamo appreso che almeno da maggio 2017 utilizziamo quelle risorse per far lavorare gli italiani all’estero. Roba da non credere. Eppure è proprio così. Una incredibile partita di giro che davvero non si capisce.
    In pratica noi versiamo quattrini per il Fondo sociale europeo. Quei pochi che tornano in Italia non vengono erogati per i nostri disoccupati al fine di farli lavorare nel nostro Paese, ma per accompagnarli in un’altra nazione europea. Da applausi. Pizza azzurra con stelle, chissà quanto era buona dalle parti di Londra prima della Brexit.
    Siccome siamo buoni, con i soldi europei e mandando fuori i nostri ragazzi, ci illudiamo di avere più spazio in caso per cacciare 35 euro giornaliere in modo da mantenere ogni migrante che di noi non conosce la lingua, la cultura, il sapere, le leggi. Arrivano qui con ogni mezzo, in primis i famosi barconi, e quando non trovano lavoro – per chi lo cerca – resta sempre disponibile qualche organizzazione criminale. Poi, nel tempo che resta, una bella domandina all’Inps e ti arriva pure il reddito di cittadinanza. Oltre alla casa popolare e al posto all’asilo nido se stai qui con i tuoi figli.
    Sostituzione etnica
    E’ l’Italia, bellezza, con la Toscana che ci mette del suo per renderci ancora più tristi. Sul web già si parla di sostituzione etnica organizzata. Gli italiani vengono incentivati ad andarsene dal nostro paese e li rimpiazziamo con un bel po’ di africani o chissà chi, che arrivano qui cercando la terra promessa ma senza trovarla.
    Ma e’ giusto utilizzare quei soldi di ritorno dalle nostre casse via Europa per organizzare tutto questo casino? Vorremmo che il nostro Paese mettesse invece i nostri figli a condizione di crescere in casa loro e non invitarli ad andarsene. Ogni giorno ne scopriamo una nuova, anche se da qualche anno è operante. Ma non significa che sia una cosa seria.
    Magari sarà il modello preferito da quelli come Domenico Lucano da Riace o da Roberto Saviano. Ma chi ha nel cuore l’Italia e gli italiani non può fare a meno di indignarsi. Siamo sempre più lontani dalla nostra gente e questa è davvero una gran brutta cosa.

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  7. Sergio de Berardinis di Vox news: Dove governa e amministra il partito democratico succede questo: BOLOGNA, ITALIANI EPURATI DA CASE POPOLARI: TUTTE A IMMIGRATI – VIDEO! Chiediamo al PD perché praticamente fanno questo???
    VOX news  COMMENTa e Condividi!

    In un video pubblicato su Facebook dal parlamentare di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami sono stati mostrati nomi e cognomi degli inquilini che vivono nelle case popolari di Bologna: sono tutti stranieri!

    Stando a ciò che emerge, circa il 59% delle case popolari sono ormai assegnate a cittadini stranieri.


    RadioSavana@RadioSavana

    #Bologna, lo scempio delle case popolari, @galeazzobignami: "Italiani epurati a favore degli stranieri (#risorseINPS)."
    Il video denuncia di Galeazzo Bignami dura circa 10 minuti, è stato tagliato per renderlo fluibile con i tempi tecnici di Twitter.#SaveTheEmilia #RadioSavana

    322 utenti ne stanno parlando666677

    Il “blitz” è avvenuto circa una settimana fa e ha visto protagonista il parlamentare Galeazzo Bignami e Marco
    Lisei, consigliere comunale di Bologna di Fratelli d’Italia.


    I due, come si può vedere nel video pubblicato sul profilo Facebook di Bignami, si sono recati nel quartiere Bolognina per mostrare, “raccogliendo segnalazioni dei cittadini”, che i criteri di assegnazione degli alloggi favoriscono i cittadini stranieri.

    Dopo la diffusione del video, il capogruppo del Partito Democratico nel consiglio comunale di Bologna ha dichiarato: “Filmare i nomi degli stranieri che hanno legittimamente ricevuto dal Comune una casa rischia di diventare un incitamento all’odio razziale verso queste famiglie”.

    Ah però, ora anche rivelare che si stanno prendendo tutte le nostre case popolari è “incitamento all’odio razziale”. Invece, dargliele, che cos’è?

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  8. "Vi svelo i trucchi della sinistra per dare le case agli immigrati"
    L'assessore di Sesto San Giovanni, Claudio D'Amico: "Nel 2016 la sinistra aveva assegnato 32 alloggi, di cui 29 a stranieri"

    Giuseppe De Lorenzo - Gio, 21/02/2019 - 09:42
    commenta
    Il "percorso intrapreso" per ora ha portato i suoi frutti. I detrattori potranno chiamarlo razzismo, fascismo, discriminazione. Ma per Claudio D'Amico gli "atti dissennati" li facevano i suoi predecessori, non lui.


    Da quando si è seduto sulla poltrona di assessore al Comune di Sesto San Giovanni, la situazione sull'assegnazione delle case popolari si è stravolta. In favore degli italiani.

    A dimostrarlo ci sono i numeri. "Nel 2016 la sinistra aveva assegnato 32 alloggi, di cui 29 a stranieri", spiega al Giornale.it. Nel 2017, dopo la "caduta" della Staligrado d'Italia, la proporzione si è ribaltata: "Noi abbiamo consegnato più appartamenti di loro, ben 39, e solo due di questi sono finiti ad immigrati". Il cambio di passo è notevole.

    Ma quello che a D'Amico preme sottolineare è il "sistema" delle case popolari nato a Sesto San Giovanni, una macchina che per anni ha "divorato" milioni di euro (pubblici). "Le giunte precedenti - rivela l'assessore - assegnavano gli immobili senza seguire i bandi e giustificando il tutto con la scusa dell'emergenza abitativa". Una sorta di "trucco". "Non tenevano conto delle graduatorie - aggiunge -, ma le attribuivano senza una logica. Bastava avere figli o una moglie incinta e il gioco era fatto". Quando poi non vi erano più alloggi liberi di proprietà del Comune o di Aler, Sesto "firmava una psudo-convenzione con una fondazione per affittare oltre 20 appartamenti al costo di 1.700 euro l'uno". Inoltre "affittava case a prezzi più alti del mercato e le dava in locazione a persone, in buona parte immigrati, che poi non pagavano il canone calmierato". Altre famiglie, infine, "le mettevano negli alberghi". Costo totale: "Un milione e mezzo di euro all'anno". Non proprio spiccioli.

    Quando si sono trovati di fronte alle carte, il sindaco Roberto Di Stefano e la giunta hanno deciso di inviare tutti i documenti alla Corte dei Conti. Intanto, però, hanno provato a mettere in atto quella che definiscono una "rivoluzione". "In un anno - spiega D'Amico -, assegnando più case popolari di loro, siamo riusciti a ridurre le spese fino a 350mila euro l'anno".

    Per centrare l'obiettivo, l'assessore ha solo preteso che venisse applicata la legge senza distinzioni. Gli alloggi possono essere assegnati solo a chi dimostra di non avere proprietà in altre regioni o Stati, ma mentre un italiano era costretto a presentare i documenti catastali, all'immigrato bastava allegare una semplice autocertificazione. Con il paradosso che un tunisino, magari proprietario di una villa a Tunisi, finiva con lo scavalcare il povero italiano. "Ho imposto che venisse controllata la sussistenza di un'abitazione all'estero", spiega D'Amico. "E ho dato indicazione di non considerare valida neppure l'autocertificazione". Un cavillo? "No, è la legge".

    Il fatto è che molti Stati non hanno un catasto nazionale e per i cittadini stranieri diventa difficile, se non impossibile, produrre i documenti richiesti dal bando. "Che facciano rimostranze nel loro Paese - ribatte l'assessore - Se non lo portano, restano fuori". Una cittadina dell'Ecuador ha fatto ricorso, ma il Tar ha dato ragione al Comune: la normativa è questa e va applicata. Fine dei giochi.

    "I risultati sono straordinari e finalmente riequilibrano ingiustizie portate avanti da troppo tempo", conclude D'Amico allontanando le accuse di razzismo o discriminazione. "Gli stranieri sono una minoranza: non possono pensare di incassare la maggioranza delle assegnazioni del welfare. Prima vengono gli italiani".

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    100
    Ecco l'eredità del Pd: un miliardo di debiti per accogliere i minori
    Faro dei giudici contabili: non coperti dai governi Renzi-Gentiloni i costi dei Comuni

    Antonella Aldrighetti Chiara Giannini - Dom, 23/06/2019 - 20:13
    commenta
    È di circa un miliardo l'ammontare dei debiti da pagare ai Comuni per l'accoglienza dei minori non accompagnati lasciato dai governi Renzi e Gentiloni.


    Foto di repertorio
    Risulta dalla relazione 2015-2017 della Corte di conti. I magistrati contabili accendono un faro sull'aspetto finanziario dell'accoglienza: i due esecutivi a guida Pd, e di rimando i ministri dell'Interno allora in carica, ovvero Angelino Alfano e Marco Minniti, hanno lasciato debiti ai Comuni per la gestione dei minori, non conteggiando le cifre in surplus che queste realtà hanno impegnato per accoglienza, scuola e integrazione dei ragazzi.

    Per capire, il ministero dell'Interno, nel corso del 2015, ha erogato 45 euro al giorno in media a minore ospitato nelle strutture adibite allo scopo. Cifra che nel triennio in questione ha raggiunto i 54 euro. Le amministrazioni comunali, però, hanno speso in media 80 euro al giorno.

    Una spesa molto più alta di quella, sottolinea la Corte dei conti, rilevata per le strutture ex Sprar, gestite direttamente dal ministero dell'Interno e, quindi, più controllabili. Conferma che qualcosa nel sistema di accoglienza periferico non funzionava. Insomma, c'è persino chi avrebbe potuto approfittarsene. Questo ha generato un debito nei confronti dei Comuni di circa 242 milioni all'anno. Da quanto risulta dalla relazione, quindi, tenendo conto del periodo 2015-2017 e della cifra spesa nel 2018, equivalente alle precedenti, si arriva a 986.748 euro, derivanti dalle somme a debito a cui vanno aggiunti gli interessi. Tutto ciò ha generato, da parte dei municipi, la tendenza a togliere fondi ai servizi dedicati ai cittadini italiani, sulla scia del «modello Lucano», ma anche a cedere alle pressioni del Viminale, rifiutandosi di ospitare gli stranieri.

    La Corte dei Conti nella relazione sottolinea che quei minori non accompagnati oggi sono quasi tutti maggiorenni. Lo si dice espressamente: «La maggior parte dei minori presenti in Italia al 31 dicembre 2017 ha un'età compresa tra i 15 e i 18 anni; si tratta di ben 17.074 minori su un totale di 18.303, per una percentuale pari ad oltre il 93 per cento del totale». E si prosegue: «È importante evidenziare come tali cifre si riferiscano ai soggetti censiti. Tuttavia è da considerare il rilievo quantitativo del fenomeno dei minori che si rendono irreperibili anche nelle fasi antecedenti alla presa in carico e alla identificazione da parte dell'autorità competente». A tal proposito è stata istituita e potenziata dall'attuale ministro Matteo Salvini, fino al 2020, un'apposita struttura di missione, che fa capo al Viminale, che si avvale di strumenti di controllo e supporto logistico per esaminare la gestione dei migranti minori e che è utile ad approfondire il rapporto amministrativo-contabile tra dare e avere sui territori comunali e Siproimi (ex Sprar).

    Da un esame del numero dei minori non accompagnati, risulta che al 31 dicembre 2018 gli stessi erano 10.787, con una riduzione del 41 per cento rispetto all'anno precedente. I Paesi da cui per lo più provengono sono Albania (1.550), Egitto (930), Gambia (892) e Guinea (802). Nel corso del 2016 i fondi erogati ai Comuni per i minori non accompagnati ammontavano a 156 milioni 975.737,40 euro, contro i 155 milioni 951.733 euro del 2017. A questo punto è da capire dove si potranno trovare i soldi per saldare i debiti lasciati dai tue governi dem. Un problema che non riguarda solo il settore dei minori stranieri non accompagnati, ma che sta emergendo anche in altri ambiti.

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  10. https://www.facebook.com/groups/316828575393609/permalink/840101349732993/

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  11. E' comico, da un certo punto di vista ma tragico da un altro, come il PD non capisca che è stato per quello che propongono ancora agli italiani che hanno perso, alla grande, la guida dell'Italia. Possibile non riescano a capire che gli italiani non vogliono lo ius soli e neanche l'immigrazione senza limiti dei clandestini che loro vogliono trasformare in regolari??? Come se arrivare in Italia senza alcun documento di identità possa mai essere considerato "regolare".
    Franz Canadese

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  12. https://www.ilgiornale.it/news/politica/proposta-bellanova-regolarizzare-subito-i-lavoratori-1846583.html. stranieri. Sergio de Berardinis di Sky App informazioni scrive: Non smettono di farci invadere e sostituire nemmeno con questa pandemia. Invece di fare andare gli italiani nei campi, che ci andrebbero anche gratis o quasi in questo periodo, dobbiamo regolarizzare clandestini e metterli nel sistema produttivo per non farli più andare via. Italiani in casa a marcire senza lavoro e stranieri regolarizzati e pagati all'aperto. Questi traditori della Patria (ben pagati anche)andranno processati appena possibile. Alla fine della pandemia, cara ministra Bellanova, in Italia, ci sarà una crisi economica, sociale e del walfare, oltre che mancanza di lavoro per quelli che lo hanno già perso e perderanno prossimamente, che vi sarà una vera e propria guerra tra poveri, indigenti, disoccupati, inoccupati e più deboli della società italiana. Quindi ministra #Bellanova e ministra #Lamorgese finitela e smettetela con questo immigrazionismo, con questo falso buonismo, con accoglienza senza controllo a tutti i costi, con questo falso filantropismo e pensate agli italiani e agli attuali grossi e non valutabili problemi, che comporta questa pandemia!!!! Gli Italiani stanno perdendo la pazienza e nel post pandemia potrebbe venir fuori di tutto!!!! Basta basta basta!!!! Chi vuole aiutare queste persone, se li prenda con sé e insieme vadano ad aiutarli in Africa e in Asia!!!! l'Italia ha già fatto troppo e dato troppo, mentre ancora oggi la UE intera se ne frega!!!!!

    lagoccia

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  13. #Voto2021 #amministrative2021 #amministrative #3e4ottobre #votate #elezionicomunali2021 #elezioni2021

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